Facemulu pi ridiri! E fissa cu si siddia! “Ma chi è veru ca Garozzo si sciarriau cu Gino? Mizzica, ma nun c’è propriu ricanuscenza”.

 

La Civetta di Minerva, 27 maggio 2016

L’intera città è preoccupata. Nelle strade e negli uffici non si parla d’altro. Nelle viuzze d’Ortigia, nelle case popolari di via Italia 103, nelle ville bene della Pizzuta le donne stendono i panni e si comunicano l’un l’altra la loro angoscia. La notizia gira di porta in porta e una frase passa da bocca a orecchio e da orecchio a bocca: “Ma chi è veru ca Garozzo si sciarriau cu Foti? Mizzica, ma nun c’è propriu ricanuscenza”.

Nessuno ci avrebbe creduto. Eppure stava succedendo davvero. Le truppe fotiane si ritiravano dalla maggioranza del PD siracusano. Parafrasando il bollettino del generale Armando Diaz alla fine della prima guerra mondiale, potremmo dire che “i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti della provincia risalgono in disordine e senza speranza le segreterie che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

Gli ufficiali della truppa fotiana, il colonnello Giovanni Cafeo, il comandante in seconda Nitto Brancati e il nuovo acquisto colonnello Salvo Baio sono laceri, stanchi, ma soprattutto stupefatti. Non era stata neppure presa in considerazione l’idea della ritirata. Il comandante in capo Gino “Nacchiu” Foti era furibondo. Quel ragazzino aveva davvero superato ogni limite. Lui ne aveva viste tante ma a questo livello non era mai sceso.

Ma cos’era successo? Cosa aveva turbato quell’armonia che durava dalla campagna elettorale?

Foti rientrando nella sua segreteria aveva scoperto Garozzo che corteggiava uno dei suoi uomini. “Dai, passa con la mia corrente – diceva - Cosa può darti il vecchio che io non sia in grado di darti? Io posso farti provare il piacere che dà il vero potere”. Lo aveva sentito con le sue orecchie. Ne era sicuro. Anche se Garozzo, ricomponendosi, aveva provato a smentire: “Ma che dici, Gino. Sai che non lo farei mai. Per me tu sei come un padre. Mai proverei a insidiare uno dei tuoi”.

Ma Foti era disgustato da quella scena. Come poteva essere arrivato a tanto? Gino era di stomaco forte e niente lo indignava. Aveva passato decenni nella Democrazia Cristiana, era stato deputato e sottosegretario, aveva trattato con uomini con i quali è meglio non trattare mai, aveva superato scandali di ogni natura, aveva comprato e venduto. Non conosceva il pudore e non aveva mai avuto limiti. Ma quello era troppo anche per lui. Aveva corteggiato uomini di tutti i tipi per farli entrare nella sua corrente, aveva anche più volte corteggiato uomini dei suoi amici più cari, ma mai, ripeto mai, lo aveva fatto infilandosi nelle altrui segreterie approfittando della fiducia accordatagli.

Era furibondo, ma era anche sorpreso. Quindi anche lui, il mitico cattivo per antonomasia, aveva un limite che non era disposto a superare? La vita è così. Per quanto tu sia cattivo, un giorno arriva sempre uno più cattivo di te che ti fa fuori. Eppure lui di quel ragazzino si era fidato. Gli aveva fatto conoscere tutti i suoi, gli aveva fatto vincere le primarie (che senza di lui non raccoglieva neanche le firme necessarie a candidarsi), e poi lo aveva fatto eleggere sindaco.Lo aveva portato per mano e lo presentava a tutti come si presenta un figlio, e adesso questo tradimento.“Quoque tu, Giancarle, fili mi”. Si sentiva così, come se fosse arrivato alla ventitreesima coltellata.

Ma doveva reagire. Non poteva sopportare di aver provato disgusto morale per quel ragazzo. Lui era sempre stato l’oggetto del disgusto, mai il soggetto. Decise di parlare alle sue truppe. Li convocò tutti. Dai colonnelli ai soldati semplici e disse loro poche parole ma chiarissime: “A ‘n curnutu ‘n curnutu e menzu. Chista è ‘a prima e l’ultima vota ca qualchidunu fa cchiu schifu di nuautri. Dite lo giuro”. E tutti gridarono a una voce: “Lo giuro”.

Fu così che, più per il dolore del tradimento che per le fitte della gelosia, Gino aprì una guerra che avrebbe lasciato sul terreno morti e feriti. Non era più una “scazzottata fra amici” come fino ad ora era stato definito da loro stessi il tesseramento del PD (vedi La Sicilia del 19 maggio – Cronaca di Siracusa pag. 24). Adesso era stata dichiarata inapplicabile persino la Convenzione di Ginevra.

E sarebbero state scombinate anche tutte le alleanze. Chissà a quale contendente avrebbe offerto i suoi servigi la cosiddetta brigata Marziano? E con chi si sarebbe schierata la truppa amazzone capeggiata dalle condottiere De Marco e Amoddio? Sarebbero arrivate le truppe del Re Renzi e del vicerè Faraone a riprendere possesso della provincia o avrebbero guardato scorrere il sangue per legittimare poi il vincitore?

Questo non si sa ancora e sarà oggetto dei prossimi resoconti. Quel che è certo è che passerà alla storia il giorno nel quale Foti, spaventato e perplesso, provò la terribile sensazione di non essere il peggiore.