Bellinvia (Cgil): “Necessari un serio contrasto all’etichettatura falsa e un controllo accurato sulla filiera”, “Per competere con la grande distribuzione bisogna fare quadrato ma ancora non ci si è riusciti”

 

La Civetta di Minerva, 27 maggio 2016

In questo momento l’agricoltura siciliana è in ambasce: l’accordo euro Mediterraneo con il Marocco, siglato nel febbraio 2012, ha inesorabilmente innescato il tracollo della nostra agricoltura: un accordo ampliato di recente, che ha dato la possibilità allo stato africano di esportare in Europa più merce degli anni passati. Il segmento più danneggiato in Sicilia è ovviamente l’agrumicoltura con i suoi carichi enormi di arance rimaste sugli alberi di Lentini, Carlentini e Francofonte.

Una mazzata per la debole economia della nostra provincia. “Peraltro – ci spiega Domenico Bellinvia, segretario provinciale Flai Cgil - nei paesi extracomunitari si utilizzano fitofarmaci non consentititi in Europa a cui si aggiunge la sleale compiacenza di aziende nostrane che fanno diventare italiano un prodotto straniero. Il giro interno al quadro europeo consente a un prodotto importato dal mercato extracomunitario di diventare comunitario con un percorso non sempre legale. A ciò bisogna aggiungere che quest’anno gli agrumicoltori sono stati danneggiati dai prodotti provenienti oltre che dal Marocco, dalla Tunisia, Egitto e Turchia che arrivano sul nostro mercato a prezzi inferiori, data l’esiguità del costo della manodopera in quelle aree.

“Ciò – continua Bellinvia - danneggia le nostre aziende che si trovano dinanzi competitor stranieri, anche sul nostro territorio, che non rispettano le norme europee sulla coltivazione. Ecco perché il primo passo è un serio contrasto all’etichettatura falsa e un controllo accurato sulla filiera: ciò consentirebbe maggiore chiarezza per il consumatore che potrebbe scegliere quale prodotto acquistare senza essere tratto in inganno. Mentre le nostre arance restano sugli alberi a Lentini, Carlentini e Francofonte, il mercato viene invaso da prodotti ufficialmente siciliani ma che di siciliano non hanno nullaˮ! Insomma mancando la tracciabilità dei prodotti si possono comprare agrumi stranieri e venderli sul mercato come siciliani.

E al danno si aggiunge la beffa, ma le responsabilità vanno cercate anche tra gli agrumicoltori siciliani. “Sarebbe utile – ci spiega il segretario provinciale Flai - che gli agricoltori, ancor più gli agrumicoltori, si consorziassero come è accaduto per il limone femminello siracusano: ciò ha consentito un controllo sul mercato, una riduzione di passaggi sulla filiera e un prodotto di qualità originale. Purtroppo lo stesso percorso non viene seguito sulle arance. Manca ancora la consapevolezza che per competere con la grande distribuzione bisogna fare quadrato e con le arance non ci si è riusciti”.

Di mancanza di concertazione soffrono i piccoli agrumicoltori locali sebbene diverse aziende strutturate siracusane siano riuscite ad arrivare alla catena commerciale senza passaggi intermedi vendendo direttamente alla grande distribuzione, tant’è che si sta assistendo ad una crescita delle grandi aziende a scapito delle piccole (a conduzione familiare). Aumenta la superficie agricola utilizzata (nell’ultimo decennio da 3,7 ettari a 6,3 ettari) ma diminuiscono le aziende individuali che sino al 2013/2014 rappresentavano il 94% dei casi. “A Lentini – ci spiega Bellinvia - si sta tornando al latifondo: i piccoli che non riescono a consorziarsi vendono i terreni, le aziende acquistano i giardini e trasferiscono direttamente i prodotti alle catene commerciali eliminando così i passaggi intermedi ed arrivando ad esportare sino in Svezia. A ciò si aggiunga che le nostre arance soffrono il mercato interno: si vende meno l’arancia siciliana in Italia perché in un momento di crisi come l’attuale il consumatore predilige acquistare prodotti con costo inferiore.

“Soffriamo inoltre una concorrenza sul costo del lavoro: le aziende legali pagano un dipendente circa 60 euro al giorno a fronte delle illegali e delle extracomunitarie dove il bracciante viene pagato a 15/20 euro al giorno. E’ chiaro che il costo del lavoro continua a incidere in modo enorme sull’agricoltura ma non è certo abbassando il salario ai nostri lavoratori che si esce dalla crisi! Se poi ai nostri agrumicoltori un chilo di arance viene pagato 8 centesimi, allora è meglio non raccoglierle e lasciarle sugli alberi poiché le spese sono superiori ai ricavi proprio come è accaduto quest’anno”. Poi però un chilo di arance al supermercato costa quasi 2 euro perché lungo la filiera i costi aumentano.

L’anno prossimo – spiega il segretario Flai - sarà ancora peggio. Ha piovuto poco e questo vuol dire che per innaffiare i giardini bisognerà ricorrere all’acqua e pagare un servizio tra i più cari d’Italia. Tutta la zona del lentinese potrebbe essere servita dal canale di Quota 100 e l’acqua andrebbe per caduta (senza consumo di energia elettrica). Per assurdo l’acqua di Quota 100 non viene utilizzata perché il canale Cavazzini (che ricade nel territorio di Catania) è interrotto da 6 anni e non viene riparato. Bisogna così ricorrere al Biviere ma il consorzio ha dovuto aumentare i costi dell’acqua per far fronte alle spese. Dapprima la regione versava il 95% per gli stipendi dei dipendenti, adesso copre l’80% delle competenze ed il 20 resta a carico dei consorzi che devono far fronte anche alla manutenzione e spese energetiche”.

Per capirci: se l’acqua va in caduta (senza consumo di energia elettrica) il costo medio è di 250 euro ad ettaro, in caso di utilizzo dell’energia il costo parte da 700 euro ad ettaro di media a cui aggiungere un tot in base al tragitto che deve percorrere l’acqua. Dinanzi a tali cifre gli agricoltori preferiscono costruirsi i pozzi piuttosto che acquistare l’acqua e chi ne paga le conseguenze sono i 45 dipendenti del consorzio stesso con 6 mesi di stipendio arretrato. Ecco perché la Flai chiede alla regione di tornare al contributo del 95%.

Una serie di sfortunati eventi hanno messo in ginocchio l’agrumicoltura dell’area nord della provincia e le giornate lavorative, quest’anno, sono state molto meno di quelle passate con il rischio, per i lavoratori, di non percepire la disoccupazione. E pensare che l’agricoltura dovrebbe essere uno dei motori trainanti l’economia nostrana: in tutta la provincia i dipendenti nel comparto agricolo del 2014/2015 sono 13.620. Di questi 10.310 risultano essere uomini e 3.076 donne. Nel conteggio rientrano anche 4.351 impiegati che lavorano nel comparto agrumicolo con 2.357 extracomunitari (con un incremento di 237 unità nel 2015). A Pachino, su 2.747 lavoratori agricoli 974 sono donne con un’età media di 32 anni. Una bella forza lavoro, troppo maltrattata da una crisi sempre più pressante che rischia sempre più il caporalato, il lavoro nero e il mancato rispetto dei contratti di lavoro e delle retribuzioni contrattuali.

“Da tempo chiediamo - conclude Bellinvia - l’istituzionalizzazione di una cabina di regia regionale che abbia da un lato funzioni propositive e di monitoraggio del lavoro nero, irregolare, sfruttamento e caporalato, dall’altro che segua e attui nuove dinamiche per il processo agricolo. Ci vuole una riforma del mercato del lavoro in agricoltura con controlli sulle procedure delle assunzioni per contrastare il fenomeno del lavoro nero, bisogna modificare la legge Fornero sull’uscita dal lavoro per gli impiegati del comparto agricolo e il riconoscimento del lavoro in agricoltura quale usurante. E poi l’adozione di una serie di interventi volti a potenziare politiche attive per lo sviluppo e a modernizzare l’apparato produttivo agricolo rendendolo più competitivo. E magari premiare le aziende che rispettano i contratti e la legislazione sul lavoro”.

Le proposte ci sono… ma il comparto langue.