Violentemente calato nel territorio, produsse tantissime disgregazioni. Quando Priolo fu detta "un avamposto, una frontiera" tipo Far-west “costa dei miliardari”

 

Ottava puntata

La Civetta di Minerva, 13 maggio 2016

Più andavo avanti nel lavorare in fabbrica, più capivo che era importante comprendere l'influsso negativo di quel modello industriale messo in atto con l'improvvisa discesa di questa industria pesante petrolchimica. Dicevano gli economisti che da quell'operazione sarebbe scaturita un'esplosione d'imprese con conseguente occupazione e profondo benessere.

Si costatò invece che l'inserimento in quest'area meridionale sottosviluppata aveva provocato nella popolazione una serie di aspettative, che squilibrarono il tessuto economico preesistente. Avvenne che la possibilità anche remota di conquistare un "posto sicuro" nella fabbrica rese "insopportabile" la precedente occupazione per tanti lavoratori, che si trovavano in condizioni di sottosalario e precarietà. Soprattutto un eventuale fallimento di ciò li lasciava con i ponti tagliati alle spalle e scarse possibilità di futuro e per molti fu l'emigrazione.

Infatti, inizialmente vi fu l'assunzione di molta manodopera, come gli edili, per approntare le infrastrutture di base impegnando questi lavoratori per un periodo mediamente lungo. Ovviamente era molto difficile il reperimento fra i locali del settore. Per questo ci fu un'attrattiva da ogni luogo e condizione. Avvenne così che la frazione di Priolo, vicinissima alla zona industriale, acquistò le caratteristiche di un porto di mare: la gente non si conosceva, proveniente da luoghi disparati. Con una forte disgregazione sociale il tempo libero molti lo occupavano giocando forti somme di denaro nei vari ritrovi e bische. Perciò fu denominata e descritta come un "avamposto, una frontiera" tipo Far-west, gli si affibbiò l'appellativo di "costa dei miliardari".

Una realtà sociale in queste situazioni è fin troppo spinta da contraddizioni, resistenze; il modo di vivere deve cambiare forzatamente in poco tempo e non è facile. Si tratta di modificare una morale, un'etica fondata su atavici principi, per andare incontro a una nuova che si fa chiamare "progresso". Avvenne quindi un gonfiamento artificioso in alcuni settori dipendenti provocando il drammatico risultato di vere e proprie crisi di disoccupazione nel momento in cui poi lo stimolo cessò con la conseguenza di chiusura d'attività e aumento della fascia di emarginati.

Inoltre, l'avvento dell'industria in quest'area provocò fenomeni socialmente dirompenti, in virtù della sua forza concorrenziale. Poiché nel lavoro comparivano retribuzioni più elevate, si creavano situazioni più favorevoli alla classe lavoratrice rispetto alle remunerazioni più basse delle imprese arretrate. La conseguenza logica di tutto ciò portò all'agganciamento ai livelli e alla dinamica salariale superiori. A ciò il padronato locale cercò di sopravvivere aumentando quei margini di maggiore sfruttamento che riusciva a realizzare. Inoltre la parte più qualificata della classe operaia preesistente nelle attività locali fu attirata dai nuovi insediamenti, lasciando quelli tradizionali in una situazione di inefficienza.

Altri aspetti negativi collegati a questa turbolenta situazione vennero fuori. Infatti, se la chimica primaria non innesca delle iniziative stabili in zona, presenta delle eccezioni, la più frequente è il verificarsi dell'aumento del settore commerciale. In un’area come quella di Siracusa, interessata da simili fabbriche, si crearono ceti con più alto potere d'acquisto. Ciò sollecitò la moderna catena di grossa distribuzione, che provocò, ovviamente, una concorrenza forte su un apparato più piccolo, frazionato e debole. Il risultato fu l'aggiunta di chiusure di piccole attività locali con espulsioni occupazionali anche da questo settore.

Inoltre, questa parte di popolazione acquisì un reddito dall'industria superiore alla media. Ciò comportò che questa quota di denaro, non potendosi indirizzare oltre misura sui consumi essenziali (mangiare, vestire, ecc.), portò a un aumento di consumo di prodotti meno necessari o voluttuari (automobile, prodotti elettronici, elettrodomestici, ecc.). Tutto questo incremento di ricchezza, allora come oggi, in gran parte era dirottato alle industrie e banche del Nord e all'estero, giacché le industrie siciliane e meridionali non erano e non sono le principali produttrici di questi beni. Ed ecco che dai dati statistici come "l'indice di lettura" si osservavano grandi limiti culturali. Risultava che in questo spicchio di territorio l’indice di lettura era il più basso del meridione e della Sicilia, perfino di province "povere", che non vedevano crescere industrie anche modeste, mentre per quanto riguarda il consumismo e il reddito erano tra i più alti della regione e uno dei più elevati del Sud. Nel 1961 risultava avere avuto nel reddito un incremento del 12% (rispetto all'8% nazionale). Uno studio calcolava che, per ogni posto di lavoro stabile realizzato in un impianto di chimica pesante, erano automaticamente creati altri provvisori in settori extragricoli (dalle costruzioni ai servizi, ai trasporti), contribuendo così in maniera attiva al processo d'impoverimento e di emigrazione dei lavoratori meridionali. Ad esempio si avevano da 7 a 9 operai precari per ogni posto stabile di reparti chimici, e da 14 a 18 per la raffinazione del petrolio. In ultima analisi, era proprio l'estraneità di tali industrie alle esigenze di sviluppo del mercato meridionale a produrre questi effetti disastrosi; era giusto affermare che questa grande iniziativa ha accentuato caratteristiche negative già presenti aumentandone la disgregazione sociale prima non presente.

È per questo motivo che chiamare "cattedrale nel deserto" il polo chimico rimane il termine più che appropriato, perché questo tipo d'industria, violentemente calata in zona, creò deserto attorno a sé con una disgregazione che si ripercuoterà per decenni insieme all'avvenuto inquinamento.

Solo negli ultimi decenni "nessuno o quasi plaude più alle ciminiere", anche se rimane fortemente controversa tra i vari strati della popolazione la convinzione che senza l'industria non ci sarebbe stato benessere. Per tutti questi avvenimenti che hanno fatto e fanno storia nella realtà locale e fuori, rimane una profonda divisione fra il parlare di risanare ecologicamente e l'essere capace di farlo. A tutt'oggi un'opera di recupero culturale e civile ancora deve maturare pienamente, specie in molti responsabili politici, per capire realmente la portata di tutto ciò che è avvenuto abbandonando una vecchia gestione che non porta nessun progresso nello sviluppo sociale e fa inabissare sempre più la stessa "cattedrale". Purtroppo gli ultimi fatti di cronaca ci dicono che la subalternità alle multinazionali da parte dei politici e dell'imprenditoria locale è ancora troppo forte.