Il direttore del carcere di Augusta, con questo articolo, ripropone il dibattito sul “fine pena mai”. Dopo decenni il detenuto sente di avere scontato il dovuto per la "sua" idea di giustizia

 

La Civetta di Minerva, 13 maggio 2016

Non è semplice discutere intorno alla pena dell'ergastolo, adombrando la tesi della inumanità di una pena perpetua in tempi di delitti efferati. Lo fa con il suo ultimo libro “Fine pena ora”, Elvio Fassone, già magistrato e senatore,  partendo dal racconto di uno scambio ventennale di lettere con Salvatore, un detenuto killer catanese, che egli stesso aveva condannato alla pena del fine pena mai. Il rapporto era nato durante il processo negli infuocati anni ottanta grazie ad un dialogo fatto di poche frasi scambiate durante le pause processuali ed improntato al rispetto e al riconoscimento dei ruoli; un po' il dialogo sottofilo stile Capitano Bellodi con "Don" Mariano Arena ne "Il giorno della civetta”. Poi la prima lettera, la risposta e l'avvio di uno scambio con Salvatore che narra delle vicissitudini detentive e il "suo" giudice che esorta, incoraggia, usa spesso, secondo il suo stesso giudizio, frasi di circostanza, mantiene sempre una asimmetria non raccontando della sua vita, per il ritegno nel parlare di vita libera a un condannato, per giunta al fine pena mai.

E così le lettere dal carcere raccontano dei trasferimenti da un carcere all'altro, degli incidenti di percorso, come l'essere rimasto coinvolto nel ritrovamento di un cellulare nella cella dove stava con altri, del rapporto con la fidanzata mantenuto per tanti anni e poi dissoltosi ( "addio amore dei miei anni giovani", così lei si congeda dopo anni di paziente attesa) e infine del tentativo di suicidio messo in atto quando i tentativi di rifarsi in futuro si infrangono per varie vicissitudini. Perché, aggiungo io, un cammino di reinserimento che si sviluppa per anni necessita di una rete di sostegno, familiare, sentimentale, e da parte di operatori interni ed esterni. E purtroppo a volte basta poco per spezzare questo percorso e ritrovarsi, come scrive l'autore, come nel monopoli alla casella di partenza. Fassone arriva allora ad una sua conclusione:

"C'è una stagione, ignota agli altri ma vera, nella quale il detenuto ha maturato la convinzione di avere pagato il giusto. Sa che doveva "pagare" e sente che quella quantità corrisponde al dovuto secondo la "sua" idea di giustizia. Se siamo capaci di cogliere quel tempo, è salvo lui con tutto il percorso fatto, e siamo salvi noi. Se siamo sordi, è salvo solo lui: "quando arriverà lei (ndr: la morte) me ne andrò io".

In queste poche righe si condensa il cuore e il dramma del libro di Fassone. Occorre che gli operatori conoscano quel tempo e lavorino con la persona che sconta la sua pena perché quella convinzione personale sia frutto di un retto discernimento, di un percorso di comprensione vera dei danni arrecati alla società. E’ però anche necessario che, quando è così, gli strumenti normativi e una discrezionalità costituzionalmente conformata da parte delle istituzioni coinvolte sappiano rispondere alla maturazione della persona condannata con la fiducia. Quando il tempo personale combacia con quello costituzionale si realizza l’auspicio di Fassone. Altrimenti è troppo tardi. Allora i tanti Salvatore ospitati nelle nostre carceri hanno perso la speranza di vedersi riconosciuto il percorso fatto e la società ha perso l’opportunità di recuperare a sé una persona pienamente responsabile, capace di leggere nel suo passato per costruire il proprio futuro nella società.

Il libro si chiude con una appendice tecnica, la ricerca di una soluzione per eliminare la pena dell'ergastolo in maniera ragionata, contemperando la pietà per Caino con la sensibilità di Abele, la difesa sociale con il diritto a mantenere la speranza. E, dal punto di vista strettamente pratico nel pensare una pena non perpetua che non diventi, per via di sconti di pena per così dire concorrenti, obiettivamente insufficiente. Un tot di pena da scontare comunque, l'autore parla di 32 anni, lasciando però la misura aperta ad altre ipotesi. Un tempo dopo il quale per  la società il ricordo si è sbiadito, le vittime hanno lenito il dolore e si può aprire la porta per la prosecuzione della vita da libero. Chiudo il libro e mi vengono davanti agli occhi gli uomini invisibili, ergastolani che vedo girare lungo i corridoi confusi in mezzo ad altri appena entrati o che stanno per uscire.

Ognuno con una storia diversa, di A.B. abbiamo già parlato dipinge, lavora come volontario nel fine settimana alla mensa per indigenti del Buon Samaritano, fruisce di permessi e ha un embrione di vita e prospettiva futura anche se il suo percorso è ancora molto lungo (e immagino che lui declinerebbe all'inverso questi due aspetti); S.A. che già tempo addietro ebbe la sua occasione sprecandola, commettendo un omicidio durante un permesso premio. Sono passati da allora sedici anni, non ha nessuno che lo viene a trovare, nessuna prospettiva, è giusto pensare nel tempo a una seconda opportunità, oppure è giusto buttare - di fatto - la chiave? Vedendolo al lavoro, nel settore manutenzione, nessuno direbbe che è un omicida, ma tant'è. E poi c’è S.M. che si presenta ad udienza con un catalogo di dolci e propone di aprire un laboratorio di dolci. Di cosa si occupava lei fuori, gli chiedo, squadrandolo, un modo per fargli capire che devo prima di tutto conoscerlo bene. “Movimento terra”, risponde. E subito dentro di me scatta la remora – le attività legate al movimento terra sono terreno di coltura di mafiosi -. Poi continua a parlare, riporta il discorso sul laboratorio. E su questo scampolo di dialogo condotto da entrambi con le rispettive scaltrezze si gioca molto del rebus di chi tratta una persona che sconta la pena. Cosa è stato, cosa ha fatto, oppure cosa vuole fare adesso, che futuro vuole costruire e come possiamo aiutarlo.