Quando in azienda scatta l’invidia e la paura di essere soppiantato. Chi ha ruoli di responsabilità usa mezzi e mezzucci per bloccarti la carriera.

 

Settima puntata

La Civetta di Minerva, 29 aprile 2016

Eravamo un gruppo di giovani periti industriali entrati in fabbrica nel 1980. L'azienda aveva deciso queste assunzioni sia perché la fabbrica era a corto di tecnici sia perché erano avvenuti gravi incidenti mortali che avevano portato sulla scena nazionale il sito di Priolo. Appena entrati, fummo posti in un corso di formazione che durava ben sei mesi. Era e rimase unico nel suo genere. Lo scopo era di introdurre nella fabbrica tecnici preparati alle nuove sfide con maggiore bagaglio nel lavorare in sicurezza.

Il grande stabilimento era oramai diviso in aree di produzioni, la nostra era quella dei fertilizzanti. Ovviamente ci parlarono degli impianti e dei servizi annessi e connessi, altrettanto importanti, quali le officine, il laboratorio, ecc... alcuni responsabili e anche il direttore si presentarono al corso. Infine giunsero degli esperti dalla direzione centrale di Milano per spiegare con tecniche avanzate come gestire al meglio le dinamiche che sorgono in un gruppo di lavoro.

Il garante di questo corso così lungo e complesso era il responsabile della formazione, di fresca nomina. Era un tipetto basso e tarchiato nominato da alcuni "il nano maledetto". Inizialmente non capii il perché di questo feroce nomignolo. In verità, s'intravvedeva la sua espressione sempre sospettosa e guardinga. Camuffava la sua insicurezza così male da rendere il suo comportamento ridicolo. A tutti noi diceva spesso e in varie occasioni: ‟Ora che siete entrati qui dovrete indossare delle mutande di latta”. La traduzione la capii in seguito: voleva sottintendere che ci sarebbe sempre stato qualcuno, in fabbrica, pronto a pugnalarti alle spalle.

Lo capii subito dopo la fine del corso, quando mi capitò, nel fare traning on the job in un impianto, di trovarmi in una squadra guidata da un praticone, che aveva l'idea fissa di essere stato trattato male, da operaio, dai suoi capi diplomati. Ora doveva prendersi una rivincita su di me. Pertanto mi metteva in cattiva luce quando poteva, accusandomi se veniva trovata una valvola aperta, o dichiarando che non ero all'altezza di guidare una squadra, anche se poi non sapeva spiegarne il motivo.

Il capo reparto, anche se intuì il suo spregevole comportamento, non poté che chiedere il mio spostamento per non avere grane. Ma ritornando al corso, avvertivo che il "nano maledetto" diventava sempre più sospettoso verso di me, mi osservava spesso e verificava attentamente il mio operato. Fu così che, il giorno dopo la fine del corso, mi chiamò nel suo ufficio chiedendomi un parere spassionato su chi tra i miei colleghi era pronto a dare il meglio. Gli risposi che si erano dimostrate tutte persone valide e per ogni nome motivai anche la propensione dimostrata. Ero caduto nella sua trappola. Ecco la necessità di indossare le mutande di latta. Mi rispose, infatti, che era del mio stesso parere, che anche la sua analisi combaciava con la mia. Solo allora capii cosa avevo fatto: avevo risolto il suo problema, perché da responsabile dello speciale corso i dirigenti aspettavano da lui un documentato e motivato report. Ora non doveva che trascrivere e riaggiustare, la mia elaborata analisi.

Mi congedò e seppi dopo che aveva presentato ai superiori le mie osservazioni spacciandosele per sue. Avvennero anche altre occasioni, negli anni che seguirono, d'essere chiamato per aiutarlo, ma non accettai. Capitò poi un simpatico episodio. Poiché ero entrato in fabbrica da laureando e proseguendo stavo per laurearmi, incontrandomi in fabbrica mi disse: ‟Perché continua a studiare? Fa sacrifici inutili. Oramai ha un lavoro sicuro. Che cosa vuole concludere? Pensa che le assegneranno un posto miglioreˮ? Davanti a quelle sue parole così presuntuose e irritanti volli rispondergli toccando un punto che mi sembrava debole in lui: il suo complesso d'inferiorità. Affermai che quel titolo mi sarebbe servito per ottenere il suo posto perché lui era solo un diplomato. Immediatamente, il suo viso diventò rosso. Girò i tacchi e andò via senza neppure salutarmi.

Passarono parecchi anni quando fui chiamato nuovamente dal "nano maledetto". Avevo saputo che stava per andare in pensione e pensai a un suo commiato, ma ciò che avvenne mi sconvolse. Aveva, in tutti quegli anni, di fronte alle richieste pervenute dalla sede centrale di Milano di una persona valida con specifiche competenze quali le mie, che avrebbero significato una mia diversa carriera, occultato la mia presenza. Aveva sempre dichiarato l’inesistenza di questa figura nel sito e se dalla lista del personale si scorgeva il mio nome con la mia laurea, unica in fabbrica, mi aveva definito soggetto da non considerare, tenendomi all'oscuro di iniziative formative dove era richiesta la mia partecipazione che, anche a suo dire, sarebbe stata importante e necessaria. Ora questa perfidia mi veniva confessata dallo stesso autore. Il "nano maledetto", uscendo dalla fabbrica, volle giustificare il suo comportamento dicendomi: ‟Ero rimasto, da quando l'ho conosciuta, con la paura che poteva scavalcarmi e occupare il mio posto come responsabile della formazione, perché riconoscevo in lei grandi capacità rispetto alle mieˮ.

Era vero che vari dirigenti mi stimavano, ma arrivare a sostituirlo era assurdo. Non ero raccomandato e non avevo le famose mutande di latta. Rimasi impietrito e senza parole. In pochi attimi ripercorsi col pensiero i tanti anni passati a svolgere attività meno soddisfacenti per me mentre in altre, che avrebbero apportato maggiore efficienza aziendale con mie soddisfazioni, mi erano state sbarrate dalle paure irragionevoli di un "nano maledetto".