Quelle nel Mediterraneo sono in contrasto con direttive europee e con accordi di partenariato UE. Confliggono anche col Piano di Azioni di sviluppo della Pesca denominato “Gac dei Due Mari”

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La Civetta di Minerva 29 aprile 2016

All’indomani del referendum sulle trivelle (dove non è stato raggiunto il quorum, ma che ha visto, a mio parere, più di 13 milioni di italiani esprimersi a favore di un sistema energetico-economico più sostenibile) registriamo che è stato raggiunto, presso l’ONU e a livello internazionale (175 paesi lo hanno firmato), un accordo sul futuro della Terra per l’incremento di energie rinnovabili e per limitare le emissioni di CO2 in biosfera.

Nello stesso tempo si sta predisponendo un esposto-ricorso alla Comunità Europea poiché le trivellazioni petrolifere nel Mediterraneo sono in contrasto sia con molte direttive europee, con convenzioni e protocolli internazionali ratificati anche dall’Italia, sia con accordi di partenariato con l’UE, in quanto mettono a rischio il “Mare Nostrum”, bacino chiuso, dai fragili equilibri ecologici e per questo protetto dalla Convenzione ONU di Barcellona del 1976 e dalla successiva nel 1995. I protocolli elaborati nell’ambito di tale convenzione mirano a proteggere l’ambiente marino e costiero del Mediterraneo poiché ha un regime di ricambio della massa d’acqua stimato in circa 80 anni (Atti: decisione77/585/CEE, decisione81/420/CEE, decisione83/101/CEE, decisione84/132/CEE,decisione 2004/575/CEE, decisione UE).

Tali trivellazioni, a parte che non rispettano gli impegni presi con l’accordo di partenariato con l’Unione Europea del primo settembre 2014 (delibera n° 18/2014 Gazzetta Ufficiale, Serie Generali n° 209 del 9 sett. 2014), costituiscono una distorsione rispetto alla tutela della biodiversità come disposto dalla Direttiva Off-shore 2013/52/UE, in cui si fa esplicito riferimento “a tutti gli ambienti marini e costieri sensibili sotto il profilo ambientale e soprattutto agli ecosistemi che svolgono un ruolo importante nella mitigazione del cambiamento climatico e nell’adattamento a quest’ultimo, quali le paludi salmastre e le praterie di erba marina, nonché alle zone marine protette, tra cui le zone speciali di conservazione a norma della Direttiva 92/43/CEE del Consiglio del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, le zone di protezione speciale a norma della Direttiva 2009/147/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 30 nov. 2009”.

Per quanto riguarda il Canale di Sicilia vi è da notare anche che è in atto il Piano di Azioni di sviluppo della Pesca denominato “Gac dei Due Mari” che prevede interventi di promozione e sostegno alle attività della filiera ittica e di promozione turistica, e che coinvolge in un rapporto integrato pubblico/privato, le strutture produttive e dell’associazionismo operanti nel territorio al fine di attuare le politiche di sviluppo sostenibile nei territori interessati dai Comuni partner: Pozzallo, Avola, Portopalo di C.P., Pachino, Noto, Ispica, e dei partners: Provincia Regionale di Siracusa (ora Consorzio dei Liberi Comuni), Consorzio di ripopolamento ittico “Golfo di Siracusa”, Istituto di Istruzione Superiore “M. Bartolo”, I.n.b.a.r. di Siracusa, Gal Eloro, Soc. Consortile Mista a.r.l., Banca di Credito Cooperativo di Pachino soc. Coop., Confapi Sicilia, Irepa Onlus, Ass. Marevivo, Terra Mitica, Ass. “WWF Noto: Città Sostenibile, Natura e Paesaggio”, Osservatorio Nazionale della Pesca, AGCI Pesca, Feder.Coo.Pesca, Federpesca, Unci Sicilia, Lega Pesca, Anapi Pesca, Uni.Coop.Pesca, Co.Ge.P.A. di Capo Passero Siracusa, Ass. Pescatori S. Francesco di Paola, Ass. Pescatori Balata.

Le finalità principali del Piano sono così sintetizzate: potenziamento delle attività della pesca; promozione della qualità dell’ambiente costiero; valorizzazione delle risorse naturali, culturali, le tradizioni popolari e marinare, degli antichi mestieri dell’area di riferimento; valorizzazione e commercializzazione dei prodotti tipici locali e della pesca.

Inoltre sono stati recentemente firmati in Sicilia vari “Patti dei Sindaci” per attuare un Piano di Azioni per la Sostenibilità Energetica (PAES) secondo i principi del Protocollo di Kyoto (1992) e di Doha (2012) per l’obiettivo 20-20-20 (riduzione del 20% delle emissioni di CO2 in atmosfera entro il 2020, aumentare del 20% l’efficienza energetica negli edifici pubblici e privati e del 20% la produzione di energia da fonti rinnovabili) per l’attuazione di “modelli di sviluppo territoriale eco-sostenibile” attraverso una politica di pianificazione territoriale e di programmazione economica che privilegia i principi dello sviluppo sostenibile e della tutela delle risorse naturali e ambientali.

Pertanto, sulla base degli impegni programmatici riportati, le attività di prospezione per le ricerche petrolifere nel Canale di Sicilia incidono negativamente sulle prospettive di sviluppo del territorio e ne risulterebbero “incompatibili” con il rispetto dei principi di sostenibilità ambientale ed energetica alle quali si ispira, altresì, la Dichiarazione di Istanbul (luglio 2013) approvata dall’Assemblea del Parlamento dell’OSCE (XXII^ sessione annuale) e che “invita” gli Stati membri (tra cui l’Italia) all’attuazione di tali principi. Inoltre, tali attività risultano in palese contrasto con quanto contenuto nella Legge 11 agosto 2014 n. 125 che indica “che gli obiettivi di programmazione e di indirizzo della politica di cooperazione e di sviluppo sono rivolti al rispetto dei principi dello “sviluppo sostenibile” e del rispetto delle risorse naturali e ambientali. Tali obiettivi, inoltre, sono “parte integrante e qualificante” delle politiche estere dell’Italia.