Come eravamo agli esordi del polo chimico di Siracusa. Prima dell’industrializzazione, la pesca, oggi smantellata, occupava quindicimila persone

 

La Civetta di Minerva, 15 aprile 2016

sesta puntata

Da ragazzino, giunto a Siracusa, ero curioso di approfondire la storia di questa città. Andai anche a leggere le condizioni preindustriali partendo dall'inchiesta Jacini del 1877. Questa evidenziava la provincia con latifondi divisi e razionalizzati e una nobiltà più legata alla campagna rispetto alla Sicilia occidentale. Le condizioni dei lavoratori erano definite buone. I salariati agricoli prendevano una paga più alta rispetto ai lavoratori di altre località regionali e nei giorni di festa era facile mangiare carne o pesce in confronto ai braccianti del meridione. Inoltre, l'emigrazione era quasi nulla.

Le donne rimanevano in casa proprio per il reddito familiare soddisfacente. La manodopera femminile solo in certe zone, come ad Avola, e in certi periodi dell'anno, per il lavoro delle mandorle, era mobilitata data la mole d'impegno. Certo, le condizioni di vita non potevano paragonarsi a quelle odierne, poiché l'economia della provincia era basata sulla pesca e su un'agricoltura scarsamente diversificata. Poche erano le industrie e tutte a livello artigianale, che non godevano di prosperità.

A fine ‘800 ci furono grandi cambiamenti, si passò dalla dominante produzione cerealicola a un incremento dei vigneti, soprattutto nel pachinese, con la conversione di oltre 57.000 ettari, favorita dalla crisi enologica francese, e in altre zone con l'intensificarsi di agrumeti e ortaggi. Tutto ciò portò a una stabilità e benessere per i maggiori introiti economici. Insomma, nonostante l'estrema frantumazione delle unità colturali, con prevalenza di quelle a conduzione diretta, con imprese zootecniche irrilevanti, la mancanza d’impianti di stoccaggio, conservazione, trasformazione e assistenza tecnica alla produzione, il reddito per occupato nel sistema agroindustriale era più alto della media nazionale e maggiore fra tutti i settori economici locali.

Rimanevo senza parole. Questa realtà aveva bisogno di uno sviluppo come quello petrolchimico? C'era anche da ricordare la pesca, molto proficua prima dell'entrata in funzione dell'industria. Era un'attività che occupava circa 15.000 persone. Essa si ridusse per le espropriazioni delle coste e degli approdi, l'impoverimento della fauna ittica e l'inquinamento. Già nei primi anni d'insediamento del polo industriale avvennero le chiusure delle tonnare di Siracusa (Terrauzza, S. Panagia). Quell'occupazione non sarà superata dagli occupati nella zona industriale che comporterà l'enorme danno d'inquinamento mentale e ambientale.

Allora, il sentir parlare, fin dagli inizi della nascente zona industriale, di "vocazioni" era dovuto solo da chi aveva interesse a dirigere, pilotare l'opinione. Si decantava la partecipazione della popolazione a questa nuova cultura territoriale. I giornali, i mass media, i politici facevano sì che l'opinione pubblica sentisse parlare di "attitudine territoriale". Così Siracusa e i suoi abitanti avevano in sé una "innata" preferenza nell'accogliere questo tipo d'industrie. Le forze politiche salutavano con soddisfazione e meraviglia questo fenomeno attraverso espressioni enfatiche ed elogiative. Erano evidenziati i segni del "benessere".

La stampa di allora dichiarava: ‟La rada di Augusta, epicentro per l'industrializzazione del Mezzogiorno; una città da fantascienza sorta per incanto in una pianura solitaria; alte ciminiere che disperdono fumi bianchi e ocra; l'acciaio tra gli aranci e i fichi d'india. La sete e gli stenti, retaggio tramandato per secoli, appartengono ormai al passato. La provincia ha di che vantarsi, scrollandosi di dosso il secolare ossequio per gli estranei, perché fa parte dell'Italia che conta. Gli stabilimenti sono città di acciaio e di cemento, tante ciminiere fumose e fiammeggianti che cantano l'eterno inno di amore e di auspicio a un immancabile sempre luminoso avvenire. Questi impianti possenti, che si stagliano nel cielo azzurro, sono l'emblema del miracolo economico della provinciaˮ.

Stessa descrizione avveniva sui lavoratori: ‟Dai volti degli operai traspare un senso di fiducia per la sicurezza del posto e le nuove speranze del domani. Sono lieti di vivere in un castello di torri metalliche, tubazioni, pompe e attrezzature di ogni tipo, una realtà di cui si sentono partecipi ed elementi essenzialiˮ. Si annotava con orgoglio e vanto il comune di Melilli. ‟Anticamente produceva un ottimo miele e dominava vaste piantagioni di canna da zucchero. Ora in questi anni è il solo comune insieme a Varese con bilancio attivo. Dovunque si pagano le tasse, a Melilli noˮ.

Era quasi assente la critica allo Stato inesistente. Infatti, Siracusa in tutti quegli anni ottenne il minor numero in assoluto di stanziamenti dell'intera Italia per opere pubbliche (mancanza di strade, case popolari, scuole, ferrovie, ecc.). Era chiaro il legame di sudditanza fra il partito dominante e il padronato.

Infatti, la relazione dell'ASI (area sviluppo industriale) del 9 aprile 1973, nel parlare della provincia a sud di Siracusa dichiarava: ‟Qui la raffineria, qualsiasi tipo d'industria, è vista come un privilegio, qui è la vera alienazione premarxista, presociologica, medioevale. Penetrando poi a Noto, verso Palazzolo e l'interno, appena ci si allontana dal litorale, la montagna è degradata dal disboscamento di secoli, con le alture affacciate su canali in secca, interrotti dai paesi divenuti città dormitorio, dalle quali emigra la forza dei giovaniˮ.

Ecco, la "vocazione territoriale" era il segno tangibile di quella rimozione politico-sociale che riuscì, nel giro di pochi anni, ad annebbiare e cancellare tanta cultura e storia. Oggi si è in tanti nel cercare di riemergere da questa realtà altamente disgregante.