Per tre mesi, dopo il caso di una donna di 53 anni operata due volte in due giorni, poi morta all’Umberto I. Il decreto regionale interrompe lo scontro tra magistrati sui beni strumentali

 

La Civetta di Minerva, 15 aprile 2016

Con un decreto del 4 aprile scorso il dirigente generale dell'assessorato regionale alla salute, avvocato Ignazio Tozzo, ha sospeso l'autorizzazione sanitaria e il rapporto di accreditamento istituzionale della casa di cura Villa Rizzo di Siracusa. Un fermo di 90 giorni per adottare tempestivamente "tutti i provvedimenti necessari a garantire la continuità dell'assistenza ai pazienti ricoverati", da indirizzare intanto a un'altra struttura idonea. Vengono dati alla clinica 30 giorni per far pervenire agli uffici un piano dettagliato, completo di cronoprogramma, "finalizzato al superamento delle non conformità - in relazione ai diversi requisiti previsti dalla normativa, in particolare a quella attinente alla gestione del rischio clinico - ", a pena di una revoca dell'autorizzazione sanitaria e dell'accreditamento, e al definitivo rigetto dell'istanza di voltura che apprendiamo essere stata presentata il 30 novembre (dalla NCVR alla CVR).

Torna così alla ribalta il caso della Clinica Villa Rizzo, ma questa volta avvolto da uno strano silenzio dei media e dall'assenza della voce dei sindacati (sul nostro sito internet tutti gli articoli in una rubrica specifica). Ci torna a causa di un evento luttuoso: la morte di una donna di 53 anni il 18 dicembre scorso. Un primo intervento chirurgico, un secondo il giorno dopo per alcune complicazioni post operatorie, il trasferimento d'urgenza al pronto soccorso dell'Umberto I, il decesso. Un caso su cui la Procura di Siracusa avrebbe aperto un'inchiesta per appurare eventuali responsabilità di cui però non abbiamo alcuna notizia, ma che ha evidentemente preoccupato l'assessorato regionale. Nel decreto infatti si fa riferimento a un accertamento ispettivo, effettuato il 22 febbraio "a seguito di un evento avverso" (sic!), i cui esiti hanno determinato, il 25, l'avvio del procedimento di sospensione. Inutili le controdeduzioni della casa di cura, "non sufficienti a superare tutte le criticità segnalate dagli ispettori e tali da non consentire lo svolgimento delle attività assistenziali in condizioni di sicurezza".

Un epilogo inimmaginabile per uno scontro che sembrava dover essere risolto nelle aule del tribunale, piuttosto che a causa di un drammatico evento, e che presentava ancora incredibili anomalie relative in particolare alla possibilità o meno di utilizzare le attrezzature mediche di proprietà della TD Medical presenti nella struttura. Prima della recente sospensione dell'attività, è infatti stato questo l'ultimo capitolo del groviglio giudiziario di Villa Rizzo.

I giudici del Tribunale di Siracusa, il primo ottobre 2015, avevano sì disposto che il dottor Gianluigi Rizzo ritornasse nella piena disponibilità della clinica ma solo dell'immobile, escludendo i beni strumentali in esso presenti, proprietà della società TD Medical (società riconducibile ai gestori della NCVR), in quanto "oggetto di domande di rivendicazione e di restituzione di terzi", anche in attesa di un pronunciamento della Cassazione adita ai primi di novembre dai legali della NCVR proprio in merito ai beni strumentali.

Una scatola vuota quindi, del tutto inutilizzabile. Tant'è che la curatela era stata autorizzata a dare in locazione tali attrezzature affinché l'attività sanitaria potesse continuare, una possibilità non colta dalla CVR che ne chiedeva invece il sequestro.

Questa la sequenza degli ultimi fatti.

A seguito della richiesta della CVR, il pubblico ministero Giancarlo Longo, ritenendo i beni della TD Medical pertinenti al reato di bancarotta fraudolenta per distrazione (di questo è accusato l'amministratore della NCVR Giuseppe Liuzza), quindi utilizzati per drenare risorse economiche dalla NCVR alla stessa TD Medical in danno dei creditori del fallimento, nella paventata ipotesi che potessero essere "definitivamente sottratti alle ragioni della curatela e dei creditori", il 24 novembre ne dispone il sequestro preventivo senza però attendere il provvedimento del giudice delle indagini preliminari "in quanto il provvedimento del giudice delegato (il quale evidentemente non risulta al corrente dei gravi reati contestati agli indagati) dovrebbe essere eseguito in tempi brevi".

Le motivazioni della fretta sembrano anche essere in un passaggio del successivo atto, del 25, di richiesta al gip di convalida del sequestro. Scrive il pm Longo: "Non è stato possibile attendere il provvedimento del giudice delle indagini preliminari in quanto il provvedimento del giudice delegato era in corso di esecuzione da parte degli organi della curatela. In particolare i militari della Guardia di finanza intervenivano, apponendo i sigilli ai beni sequestrandi, mentre la ditta incaricata dalla curatela era in procinto di prelevare i beni TD Medical per trasportarli presso altro deposito; in tal modo rendendo non possibile la regolare prosecuzione dell'attività aziendale e sottraendoli al controllo dell'Autorità Giudiziaria procedente in quanto beni oggetto del reato e comunque pertinenti al reato di bancarotta fraudolenta per distrazione. I beni sono stati lasciati in custodia alla curatela con facoltà di utilizzo".

Il 28 il pm dispone quindi che i curatori del fallimento NCVR consentano all'amministratore della CVR "l'uso provvisorio dei beni della TD Medical sequestrati al fine di garantire l'avvio delle attività sanitarie con decorrenza 30.11.2015. Gli oneri derivanti dall'utilizzo dei beni in sequestro verranno successivamente concordati tra le parti".

Ma la convalida del gip, dott.ssa Carmen Scapellato, non arriva.

Nel provvedimento del 4 dicembre il giudice evidenzia che il giudice delegato della procedura fallimentare, il 24 novembre, aveva autorizzato la stipulazione del contratto d'affitto dei beni in favore della CVR dietro pagamento di un canone di 13.420 euro e previa cauzione di 500.000 euro, contratto da stipulare entro il 30 novembre (data di cessazione dell'esercizio provvisorio dell'attività di impresa da parte della curatela). In difetto, la curatela avrebbe dovuto "procedere all'apprensione dei beni, collocati nei locali della clinica, per consentire la restituzione dell'azienda alla CVR".

Il giudice, pur concordando con il pm in merito alla sussistenza di elementi oggettivi tali da ricondurre la condotta degli imputati nell'ambito della fattispecie illecita della bancarotta fraudolenta, evidenzia che, a seguito della dichiarazione di fallimento, i beni strumentali sono stati presi in carico dalla curatela e che quindi non corrono alcun rischio: "Impossibile che l'amministratore della NCVR possa reiterare la condotta criminosa contestatagli continuando a disperdere il patrimonio della società fallita o distraendone le risorse".

Quindi "contrariamente a quanto assunto dal pm, i beni di proprietà della TD Medical non potrebbero essere confiscati nel procedimento penale che ci occupa... essi non costituiscono oggetto della condotta illecita (individuabile invece nel denaro versato in eccesso per il pagamento dei canoni di locazione) né il profitto del reato (costituito dalle risorse economiche della società distratte per l'affitto dei beni)"; né sussiste una condizione di urgenza "perché dagli organi della procedura fallimentare non è stato adottato alcun provvedimento di restituzione dei beni (il giudizio di rivendica è tuttora pendente)". La questione in realtà è solo civilistica, scrive la Scapellato, e anche pronunce della Cassazione stabiliscono che "il sequestro preventivo non può essere utilizzato per fini diversi da quelli previsti dalla norma, ovvero per surrogare istituti propri del diritto civile o comunque per tutelare l'interesse di una parte in pregiudizio di altre parti; non può essere utilizzato per tutelare interessi privati in sostituzione dei rimedi di tipo civilistico apprestati dall'ordinamento giuridico".

Da queste considerazioni dunque la mancata convalida del sequestro preventivo d'urgenza e la restituzione dei beni alla curatela fallimentare.

Chiusa la partita, quindi? Assolutamente no. Il 9 dicembre il pm, ritenendo illegittimo il provvedimento del gip in quanto "assolutamente contraddittorio ed erroneamente motivato", si appella. Interviene "ad adiuvandum" anche CVR ma il tribunale di ordinanza ne respinge la richiesta, il pm insiste nell'appello e si oppongono i legali della NCVR.

Il 21 gennaio il collegio giudicante del tribunale di Siracusa dichiara inammissibile l'appello proposto dal pm per una serie di rilievi giuridici ed evidenzia che il sequestro preventivo in via d'urgenza può essere adottato dal pm solo "nel corso delle indagini preliminari", nel caso in oggetto concluse da tempo (già a maggio 2015 era stata avanzata la richiesta di rinvio a giudizio e già fissata per il 4 dicembre l'udienza preliminare). Si tratterebbe quindi in questo caso "dell'esercizio di un potere non conferito dalla legge". Non solo: il pm, avendo optato comunque per l'emissione di un sequestro preventivo in via d'urgenza, aveva "il dovere" di inoltrare al gip la richiesta di emissione del decreto unitamente alla richiesta di convalida del sequestro stesso. Quindi, anche se il gip avesse considerato legittimo il decreto di sequestro preventivo emanato dal pm e avesse emesso un provvedimento di convalida, tale decreto sarebbe stato egualmente inefficace.

Quindi, se l'azienda, almeno per due mesi, ha continuato la propria attività, dobbiamo necessariamente supporre che alla fine un qualche accordo per poter usufruire dei beni della TD Medical si sia comunque raggiunto. Tertium non datur direbbero i latini. In fondo, il decreto assessoriale di sospensione interviene così quasi a fare ordine nel caos delle competenze e delle attribuzioni, del legittimo e del non legittimo, ma non pensiamo che sarà facile sbrogliare la matassa entro i 90 giorni prescritti dalla Regione.

E se alla fine i 45 posti letto e l'accreditamento da 5 milioni di euro andranno a un terzo?

Saggezza popolare: tra due litiganti il terzo gode. E chissà se il terzo non sia stato, sin dalla prima ora, il convitato di pietra.