Se vince il SI’, superando il quorum, si dovrà puntare su energie rinnovabili, sicure, pulite e gratuite. Gli incontri dibattito della Civetta a Noto e ad Avola.

 

La Civetta di Minerva, 1 aprile 2016

La democrazia è… partecipazione. E’ in gioco la questione della democrazia, nel senso che la partecipazione diretta alle decisioni da parte dei cittadini debba essere ritenuta valida o no. Si tenta in tutti i modi di impedire ad ogni costo il raggiungimento del quorum e negare al popolo italiano il 17 aprile di poter decidere il proprio futuro. Vi è in atto una sorta di boicottaggio nell'informazione, infatti, al tema sono state dedicate poche ore di trasmissioni. La Civetta di Minerva, per la sua stessa natura di organo d’informazione, si oppone a questo ostruzionismo della comunicazione su un referendum “istituzionale” in quanto richiesto ufficialmente da ben 9 Regioni italiane (e sostenuto da 200 associazioni e comitati ) e passato al vaglio della Cassazione e della Corte Costituzionale. A tal proposito stiamo organizzando due momenti di informazione e dibattito, uno a Noto (l’8 aprile) ed uno ad Avola (il 9 aprile) con la costituzionalista prof.ssa Francesca Leotta, appunto per approfondire il tema della democrazia diretta e dell’uso dei referendum per restituire ai cittadini la possibilità di intervenire e decidere anche su singoli problemi delle comunità, senza dover, solo, delegare i partiti.

Col referendum del 17 aprile si propone di abrogare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo, ma la vera questione è, a mio avviso, se vogliamo continuare con un modello economico ed energetico sprecone, dissipatore, fondato sul consumismo esasperato e sull’utilizzo massiccio dei combustibili fossili, causa principale dell’effetto serra e dei conseguenti cambiamenti climatici che mettono a rischio le comunità, danneggiano l’economia di interi paesi e colpiscono in particolare i paesi più poveri e le classi più deboli o invece puntare sul risparmio ed efficientamento energetico, sull’uso di energie rinnovabili, sicure, pulite e gratuite. La posta in gioco è la riconversione e la rigenerazione o il perpetuarsi della logica insostenibile della crescita e del consumo senza limiti. Solo una mutazione profonda anche antropologica del modello di sviluppo può fare evolvere in positivo la società, l’ambiente, l’economia.

Puntualizziamo due questioni. L’aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale, manca, infatti, in Italia e in Sicilia un Piano Energetico Nazionale e Regionale. Secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve certe e a fronte dei consumi annui nel nostro Paese, le risorse che si potrebbero rinvenire dalle ricerche marine sarebbero comunque esigue e del tutto insufficienti. Considerando tutto il petrolio presente sotto il mare italiano, questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di greggio per 7 settimane. Le riserve di gas per appena 6 mesi. I consumi di petrolio nel settore dei trasporti potrebbero, invece, essere notevolmente diminuiti con una seria politica di mobilità sostenibile per le persone e per le merci nelle aree urbane.

Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società private, per lo più straniere, la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti. Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credono. Allo Stato esse sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto. Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty. Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno e godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo. Nell’ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro.

Perché votare SI’ - Nel dicembre del 2015 l’Italia ha partecipato alla Conferenza ONU sui cambiamenti climatici tenutasi a Parigi, impegnandosi, assieme ad altri 194 Paesi, a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi. Fermare le trivellazioni in mare è in linea con gli impegni presi a Parigi e contribuirà al raggiungimento di quell’obiettivo.

La transizione energetica che mira al risparmio, all’efficienza energetica ed investendo da subito nel settore delle energie rinnovabili, potrà generare progressivamente migliaia di nuovi posti di lavoro. Il tempo delle fonti fossili è scaduto: è ora di aprire a un modello economico alternativo. Riteniamo falsa la rappresentazione che l'eventuale accoglimento del quesito referendario determinerebbe dei licenziamenti. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, alla naturale scadenza, ogni attività petrolifera in corso. Con l’attuale legge se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può, in virtù di quella norma, estrarre fino a quando lo desideri. Se, invece, al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni, ancora e basta, e cioè fino al 2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre.

Per tutelare i mari italiani. Il mare ricopre il 71% della superficie del pianeta e svolge un ruolo fondamentale per la vita dell’uomo sulla terra. Con la sua enorme moltitudine di esseri viventi vegetali e animali, dal fitoplancton ai grandi mammiferi marini, produce, se in buona salute, il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe fino a 1/3 delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche. La ricerca e l’estrazione di idrocarburi ha un notevole impatto sulla vita del mare. Le attività di routine delle piattaforme possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi, come dimostrano i dati del Ministero dell’Ambiente relativi ai controlli eseguiti nei pressi delle piattaforme in attività oggi nel mare italiano. Anche la ricerca del gas e del petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), incide, in particolar modo, sulla fauna marina: le emissioni acustiche dovute all’utilizzo di tale tecnica possono modificare il comportamento e indebolire il sistema immunitario della fauna ittica. Possono provocare inoltre danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini e alterare la catena trofica.

I mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo. Un eventuale incidente, nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio, sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità della vita e con ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca.

A tal proposito pochi giorni fa, il 14 marzo, (dopo tanti altri registrati legati a piattaforme od oleodotti o a navi cisterna) è avvenuto l’ultimo disastro ambientale legato alle piattaforme petrolifere. Una piattaforma a 7 km. dalla costa, vicino alle isole Kerkennah, arcipelago tunisino noto per le sue magnifiche spiagge e a soli 120 chilometri a sud di Lampedusa, ha subìto un incidente, sversando petrolio in mare. Eppure anche in questo caso i media non ne parlano. Il “silenzio stampa” sull’incidente tunisino pesa ancora di più alla vigilia del referendum sulle trivelle del 17 aprile. Eppure appare chiaro a molti quali siano i pericoli per il nostro mare, un bacino che ospita il 20% della biodiversità marina globale e molte aree protette. Senza mettere in conto l’impatto sul turismo e le attività di pesca.