Duramente giudicata dalla Corte d’Appello la coassegnazione di un sostituto al dott. Bisogni da parte del Capo della Procura subito dopo due esposti dell’avv. Amara. “L’unica colpa del pm era stata quella di pestare i piedi all’avvocato e allo stesso Rossi”

 

La Civetta di Minerva, 18 marzo 2016

Come abbiamo pubblicato di recente, si terrà il 26 aprile l’udienza sullo sversamento di liquami non depurati nel Porto Grande di Siracusa, imputati alcuni dirigenti della Sai 8, tra cui l’ing. Salvatore Torrisi, figlio della seconda moglie dell’ex Procuratore Capo di Siracusa Ugo Rossi, che all’epoca dei fatti era direttore generale del depuratore consortile. Gli avvisi di garanzia erano scattati a seguito di un controllo notturno dell’impianto, disposto dal pm Bisogni, dal quale era stato possibile accertare le modalità dello sversamento di liquami.

Si era agli inizi del 2012, col Tribunale in piena bufera dopo l’inchiesta della Civetta di Minerva che aveva ricostruito l’intreccio di società gestite, nella qualità di amministratori, da familiari e da praticanti dello studio Amara, in una delle quali erano soci i figli dei magistrati Rossi e Toscano, in un’altra addirittura il pm Maurizio Musco (al 95%) e la sorella Pasqua (al 5%). Nel pieno fermento di documenti degli avvocati, delle sezioni dell’ANM di Siracusa e Catania e di molte associazioni cittadine, scoppiava la grana del Porto Grande nel quale spesso le acque erano intorbidate, le alghe atrofizzate, pesci morti galleggiavano.

Le indagini erano state condotte dal pm Bisogni, coadiuvato dalla dott.ssa Boschetto, che si trovarono subito in una situazione delicata: direttore tecnico del depuratore era, infatti, il figlio della seconda moglie del Procuratore. Vediamo come la Corte d’Appello di Messina ricostruisce la vicenda.

“Correttamente il Bisogni, valutata la necessità di un controllo notturno di manovre all’interno del depuratore con versamenti illegali, aveva preavvisato tra il 23 e il 24 marzo 2012 il Procuratore, conscio del ruolo… del figlio della moglie. Sulla genuinità delle dichiarazioni del Bisogni non vi è motivo di dubitare, scevre come sono da interessi che non fossero quelli di esercitare con correttezza e rigore, in un ambiente nel quale non aveva legami di alcun tipo, il suo lavoro di pm. Il comportamento del Rossi già in quella fase appare irritato ed ambiguo, preannunciando… di voler promuovere l’avocazione delle indagini, al tempo stesso invitando il Bisogni a non compiere alcun atto se non indifferibile. Vi è da dire che l’adozione del decreto di sequestro preventivo (n.d.r., del depuratore) in data 25 marzo scaturiva dall’esito dell’ispezione, era obiettivamente urgente e il decreto era vistato dal Procuratore aggiunto Corselli; la misura era poi convalidata dal Gip. La sequenza quindi si palesa perfettamente regolare e corretta.

Gli indagati, secondo copione sarebbe il caso di dire, trattandosi di dato comune a tutte le vicende nell’ambito del processo, nominavano loro difensore l’avv. Amara, con l’eccezione del Torrisi che nominava l’avvocato Geraci (sempre però legale dello studio Amara).


“Il Procuratore Rossi dichiara la propria incompatibilità con decreto del 26 marzo, ma non promuove presso il Procuratore Generale la conseguente richiesta di designazione di altro magistrato…

“Nel frattempo, il pericolo rappresentato dalla rigorosa applicazione della legge da parte del dott. Bisogni si manifestava in altro procedimento…, coinvolgente stavolta direttamente l’avv. Amara. In data 6 marzo 2012 Bisogni, infatti, con il visto del Procuratore procedeva con richiesta di sequestro preventivo per equivalente nei confronti di Alessandro Ferraro e di Pietro Caruso, quali amministratori della Comin srl, per il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti… in favore di una società riconducibile all’avv. Amara, la GI.DA. srl, società nella quale tra l’altro aveva avuto una partecipazione fino a poco tempo prima proprio il figlio di Rossi, Edmondo, che era stato costretto a dismetterla per le polemiche emerse anche sulla stampa circa le commistioni tra i magistrati della Procura di Siracusa e la famiglia Amara.

“Il sequestro era emesso dal GIP in data 8 marzo 2012. Il Bisogni, il 30 maggio, con il visto del Procuratore aggiunto Corselli (essendosi questa volta astenuto dal farlo Rossi “per ragioni di opportunità”) formulava analoga richiesta nei confronti dell’Amara e della moglie Sebastiana Bona per il reato di utilizzazione delle fatture inesistenti, per l’intero importo delle stesse. Anche in questo caso il GIP, il 4 giugno, emetteva il decreto, ravvisandone i presupposti di legge.

“Secondo la difesa – si legge ancora nelle motivazioni della sentenza – non si trattava di formale astensione, ma soltanto di ragioni di opportunità che il Rossi aveva valutato per non vistare la richiesta, ma la sostanza non muta. Il GIP peraltro aveva valutato, secondo corretta fisiologia processuale, richieste di dissequestro avanzate da Amara, rigettandole, sicché l’azione della Procura era stata pienamente condivisa dal giudice. Meraviglia pertanto che la sentenza (ndr, di primo grado) ritenga che le soluzioni adottate dal sostituto Bisogni e censurate nell’esposto dei coniugi Amara-Bona <potevano apparire espressione di parzialità del magistrato>… quando vi era una scelta avallata dal Procuratore Aggiunto e condivisa dal GIP.

E’ a questo punto che si colloca l’iniziativa dell’Amara il quale, in data 19 giugno, investe Rossi con due esposti (l’uno in proprio…, l’altro come legale dell’ing. Isoppo, titolare della Sai 8) in cui adombra, come lo stesso Rossi scriverà per motivare la <coassegnazione>, illeciti disciplinari e penali da parte del magistrato per il modo con il quale sono state condotte le indagini e per provvedimenti giurisdizionali che sarebbero stati contra legem (senza ovviamente rilevare che, rispetto ai sequestri preventivi emessi il GIP ne sarebbe stato semmai corresponsabile). Per giunta, con tono ultimativo e inquietante, <ricorda> nella parte finale dell’esposto al Procuratore di essere capo del suo ufficio, responsabile del buon funzionamento di esso e <titolare esclusivo> dell’azione penale.

Neanche il tempo di studiare i fascicoli e confrontarsi con i sostituti interessati, il Rossi, già astenutosi dai predetti procedimenti, formalizza in data 21 giugno una <coassegnazione> volta ad esautorare di fatto il Bisogni, affiancandogli il sostituto dott. Longo, specie nel provvedimento nel quale il Bisogni era unico titolare, quello che coinvolgeva l’avv. Amara (gli altri essendo già caratterizzati da coassegnazione ) colpendone l’immagine professionale, congegnato <a maggiore garanzia dei soggetti indagati ma anche dello stesso sostituto chiamato in causa>.

Il provvedimento – scrive la Corte d’Appello – è certamente lesivo della dignità professionale del Bisogni per la semplice ragione che (anche a prescindere dalla palese violazione del dovere di astensione) scaturisce pressoché automaticamente dai desiderata del privato (Amara) e tace sul fondamento degli esposti con un generico accenno alla <attesa> per la decisione degli organi competenti. Ciò mentre, almeno sul piano disciplinare, sarebbe stato suo dovere… verificare i fatti e fare rapporto agli organi competenti in sede disciplinare, qualora avesse individuato comportamenti censurabili. In realtà, l’unica colpa del dott. Bisogni era stata quella di pestare i piedi all’avv. Amara e in fondo allo stesso Rossi per la vicenda Sai8-Torrisi. Gli esposti di Amara forniscono al Procuratore quindi, già scottato per il coinvolgimento del Torrisi, il pretesto per intervenire e dare all’Amara, in affari col figlio fino a poco tempo prima dell’accaduto, immediata soddisfazione.

“Va da sé che per far ciò, dimostrando la propria <docilità>, il Rossi si arrischiava in modo dissennato a compromettere (pagandone le conseguenze in sede disciplinare) la propria posizione di magistrato dirigente di un ufficio giudiziario e il fatto è veramente singolare, a dimostrazione della capacità di condizionamento dell’Amara, non solo sul Musco ma anche sul Rossi. E a nulla può servirgli la circostanza di avere inviato copia del provvedimento al Procuratore Generale della Corte d’Appello di Catania e al Procuratore Generale della Corte di Cassazione in una sorta quasi di <autodenuncia> <mettendoli in grado di vigilare sul proprio operato> (come scrive il giudice di primo grado) rispetto a un provvedimento che comunque non poteva adottare e del quale lasciava intatti gli effetti lesivi.

“Il contesto retrostante l’atto compiuto in data 21 giugno 2012 era infatti, come si accennava, quello di relazioni ben diverse dal mero profilo istituzionale, essendo stato il figlio Edmondo fino a poco tempo prima in affari con l’Amara e socio della già citata società GI.DA. Che ciò sia avvenuto all’insaputa del padre è versione priva del minimo credito e la dismissione delle azioni da parte dell’interessato avveniva, come ammette la difesa del Rossi, solo in data 22 dicembre 2011 in esito all’apparire sulla stampa (ndr, la Civetta) delle notizie sugli inquietanti intrecci tra magistrati della Procura di Siracusa e la famiglia Amara.

“L’irrilevanza in sede disciplinare della vicenda del figlio del Rossi non impedisce di apprezzare quanto il Rossi per concreti interessi personali e familiari potesse essere contrariato dalle iniziative del sostituto Bisogni e <sensibile> in modo indebito e distorto alle pressioni esercitate dall’Amara.

“Quanto alla <intenzione> di danneggiare il Bisogni basti ribadire che nessuna anomalia era configurabile nell’operato del Bisogni, i cui atti erano passati al vaglio sia del Procuratore Aggiunto che dell’organo giudiziario che li adottava… Di regola, una mera coassegnazione non possiede alcun significato denigratorio o lesivo delle prerogative del sostituto, ma essa deve avvenire in linea con le esigenze (complessità del caso, rafforzamento della tutela del magistrato) indicate nella risoluzione del CSM del 12 luglio 2007 cui fa riferimento anche la difesa del Rossi. Non era così in quelle determinate circostanze, quando l’atto costituiva immediata risposta, si ripete, alle sollecitazioni di Amara il cui unico scopo era di arrestare il corso rigoroso della giustizia.

“In tema di abuso in atti d’ufficio il danno <ingiusto> cui si riferisce l’art. 323 cp non riguarda solo situazioni oggettive di carattere patrimoniale e nemmeno solo diritti soggettivi perfetti, ma anche l’aggressione ingiusta alla sfera della personalità, tutelata da norme costituzionali… tra esse ben potendo rientrare la perdita di decoro e di prestigio che indirettamente e senza alcuna accettabile giustificazione si infliggeva al sostituto nella conduzione dell’indagine al cospetto delle parti private”.