Una volta scaduta la concessione, le compagnie petrolifere non potrebbero più prorogare la trivellazione. Referendum in difesa dell’ambiente, della costa, della pesca e del turismo. Per la sua validità bisogna raggiungere il 50% più uno degli aventi diritti al voto. Tutti alle urne!

 

Il 17 aprile si vota per il referendum sulle trivellazioni nel nostro Mediterraneo, un unico quesito accolto dalla Cassazione tra i 6 presentati prima da dieci e poi da nove consigli regionali, per la prima volta un referendum promosso dalle regioni (Puglia, Basilicata, Molise, Marche, Liguria, Calabria, Veneto, Sicilia e Sardegna, l'Abruzzo si è ritirato), che chiedevano l'abrogazione di alcuni articoli, uno nel decreto Sblocca Italia, cinque in quello sullo Sviluppo del Paese. Il governo infatti, con la legge di stabilità 2016, ha provveduto velocemente a modificarli, proprio per sottrarli alla libera determinazione popolare, lasciando in discussione così solo le norme sui tempi di sfruttamento dei giacimenti entro le 12 miglia, cioè nelle acque territoriali.

Un appuntamento importante in particolare per la Sicilia, pesantemente coinvolta (caso mai qualcuno volesse ragionare egoisticamente solo in termini regionali... ma non si fa!).

Primo passaggio fondamentale: si tratta di un referendum abrogativo (non confermativo come sarà quello costituzionale di ottobre) e per ciò, perché sia valido, bisogna raggiungere il 50% più uno degli aventi diritto al voto. Quindi andiamo a votare, tutti. Non solo perché non votare significa delegare ad altri la scelta del proprio futuro (a volte la tentazione c'è, considerando la desolazione che ci circonda, ma non si deve cedere), perché è necessario dare una risposta chiara a un premier che, pur di affossare la consultazione, prima ha modificato le carte in tavola (e di qui la riduzione del numero dei quesiti referendari) e poi non ha voluto accorpare referendum e primo turno delle amministrative di maggio, nonostante un risparmio calcolato in 350 milioni di euro, nella speranza, vana, che i cittadini devono rendere vana, che non si raggiunga il quorum.

Seconda precisione: cosa si vota. Vale la pena di chiarirlo perché chi vorrebbe si votasse no, o che il referendum fallisse, sta facendo girare l'idea che si cerca di ingannare i cittadini falsando i termini della questione e la stessa reale definizione del quesito.

Eccolo: "Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale"?

Di fatto si chiede se permettere o meno che proseguano le estrazioni degli impianti già esistenti nella fascia delle 12 miglia a cui la legge consentirebbe di continuare l'attività fino alla data di scadenza della concessione che, su richiesta, può essere prorogata fino all’esaurimento del giacimento.

Attualmente delle 66 concessioni estrattive marine attive, sono 21 quelle nelle acque territoriali: una rispettivamente in Veneto e nelle Marche, due in Emilia-Romagna e in Basilicata, tre in Puglia, cinque in Calabria, ben sette in Sicilia. Considerate le proroghe previste dalla legge (30 anni +10+5+5), se vincesse il sì, quelle più vecchie, degli anni settanta, dovrebbero chiudere tra 5-10 anni, le più recenti tra circa 20 anni. E poiché le norme vigenti vietano ormai le trivellazioni entro le 12 miglia, quei mari sarebbero liberi per sempre.

Il referendum non incide invece sulla possibilità di ulteriori impianti oltre le 12 miglia o sulla terraferma, quindi la vittoria del sì impedirebbe, lo ripetiamo, solo l'attività di alcuni impianti una volta scaduta la concessione.

Il governo, abolendo il Piano nazionale di estrazione che sarebbe stato una scure per l'ambiente (e che comunque rivela l'asservimento del premier alle lobby petrolifere), ha voluto evitare che i cittadini potessero esprimersi in generale sui tempi di concessione (che i promotori del referendum volevano limitare anche per gli impianti al di là del limite delle acque territoriali) e sulle capacità decisionali dei territori rispetto alle scelte governative in particolare per l'individuazione delle aree idonee all’allestimento delle piattaforme, con esclusione di quelle sismiche e di rilevanza ambientale.

Terzo chiarimento. Chi propende per il no, in particolare il comitato ‘Ottimisti e razionali’ presieduto da Gianfranco Borghini (ex deputato del Partito Comunista e poi del PdS), e accusa il fronte avverso di allucinazione collettiva dovuta al condizionamento passivo di teorie antiscientifiche e ideologiche, ritiene che siano in gioco importanti investimenti e che ne deriverebbero ricadute economiche, occupazionali e ambientali molto negative, oltre ad essere una scelta strategicamente insensata.

Iniziamo dalla fine. Non potendo al momento fare a meno dell'energia fossile, in attesa che “il ricorso alle rinnovabili sia maggiore, tecnologicamente più avanzato ed economicamente più conveniente”, meglio produrre petrolio e gas in casa propria piuttosto che dipendere da altri Paesi.

Con la vittoria del sì, si perderebbero le royalty versate all’erario italiano dalle compagnie petrolifere, 340 milioni di euro (dati 2014), e investimenti come nel 2015 di circa 1,2 miliardi, di cui un quarto in ricerca e sviluppo. Per gli antireferendari l’incapacità di ragionare costruttivamente sui dati reali, alla luce di conoscenze scientifiche, tecnologiche ed economiche di alto livello, è oggi la causa della scarsa attrattività dell’Italia per gli investimenti stranieri e della stessa fuga all'estero dei nostri migliori studenti, domani sarà il motivo di una arretratezza che ci vedrà soccombere di fronte ai paesi emergenti. Impossibile pensare che 60 milioni di persone possano farcela solo puntando su “agriturismi stile Mulino bianco” o cose simili.

Sfumerebbero inoltre circa 11mila posti di lavoro nelle attività estrattive, altri 21mila nell’indotto e circa 100mila nelle imprese che producono, non in esclusiva, beni e servizi per il settore.

Ma anche l’ambiente ne riceverebbe un danno sia perché l’abbandono di giacimenti sfruttati solo in parte aumenterebbe i rischi di deterioramento degli impianti esistenti, lasciati privi di manutenzione, sia perché, venendo meno quel 10% di gas e petrolio che l’Italia utilizza estraendolo dal proprio territorio, aumenterebbe il traffico delle navi petroliere provenienti da altri luoghi, vera causa del catrame presente sulle nostre coste dal momento che dagli impianti nulla viene scaricato a mare e i detriti di perforazione sono smaltiti secondo modalità rigorose.

Le ragioni del sì sono forse più note, e più volte reiterate su questo giornale. Le sintetizziamo.

Da un punto di vista economico-occupazionale, così come evidenzia il verde Bonelli, difendendo le trivellazioni si sostiene "una politica energetica arcaica, una visione economica preistorica" mentre si deve essere "promotori di un modello energetico innovativo, basato sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica: settori, questi, che significano centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro e migliaia di nuove imprese". Tutto il petrolio presente sotto il mare italiano basterebbe al nostro Paese per sole 7 settimane mentre già oggi produciamo più del 40% di energia da fonti rinnovabili. "In pochi anni siamo passati nel solo settore dell’energia solare da 50 a 18.000 megawatt, passando da fanalino di coda al record mondiale di percentuale di energia elettrica prodotta dal sole" e a questo ci spingono anche gli impegni sottoscritti a Parigi per la riduzione delle emissioni. D'altra parte, come evidenziato spesso da Paolo Pantano, con le trivellazioni lo stato italiano guadagna pochissimo, "essendo esse, di fatto, una sorta di regalo alle potenti compagnie petrolifere" ed è tutta l'economia mondiale a muoversi nella direzione di una riduzione degli investimenti nel settore dei combustibili fossili per puntare sulle energie rinnovabili a basse emissioni oltre che sul risparmio ed efficientamento energetico.

Per l'ambiente poi non c'è partita. Non è vero che le piattaforme offshore siano a impatto ambientale zero per quanto riguarda l'inquinamento. Un incidente disastroso è sempre da mettere in conto (e in un mare chiuso come il nostro sarebbe l'apocalisse) e comunque alcune perdite sono inevitabili. Secondo Greenpeace "nei sedimenti e nelle cozze che vivono in prossimità di piattaforme offshore sono state trovate sostanze chimiche inquinanti e pericolose, con un forte impatto sull'ambiente e sugli esseri viventi, in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere gli esseri umani. Alcune sono cancerogene". Le emissioni acustiche della tecnica dell'airgun, vere e proprie esplosioni non di esplosivi ma di aria compressa, hanno effetti pesanti sulla fauna marina (modifica del comportamento, spiaggiamenti, danni al sistema immunitario). Pubblicheremo nel prossimo numero un interessate lavoro di Greenpeace che rivela tutte le falsità scritte dalla Schlumberger (azienda leader nelle ricerche petrolifere) per avere dall'Italia il permesso di effettuare "acquisizioni sismiche" in due aree dello Stretto di Sicilia, una tra Capo Passero e Malta, l’altra tra Malta e Pantelleria. Una superficie di 6.318 km2: molto di più della superficie delle province di Siracusa, Ragusa e Caltanissetta messe assieme: appena 5.851 km2. Un'area priva di alcun interesse secondo la Schlumberger.

Inoltre, dal punto di vista geologico, alcuni recenti studi hanno evidenziato la possibile correlazione fra le attività di trivellazione e il verificarsi di terremoti legati al fenomeno della subsidenza. Il nostro mare è tra i più fragili del pianeta e quello di Sicilia in particolare è caratterizzato da un vulcanesimo basaltico e sedimentario (pockmarks, sacche di metano) inadatto alla ricerca e 'coltivazione' di idrocarburi.

Un mare ricco di biodiversità, fondamentale per l'economia turistica che certo non soffre della presenza di una piattaforma al largo (così come correttamente evidenziano gli antireferendari) ma certo di ciò che da quella stessa potrebbe in qualsiasi momento scaturire.