Categorie della Cgil divise sul voto: Fiom, Flc e Flai sono per il Sì nel fronte degli ambientalisti. Mario Rizzuti: “Sono a rischio migliaia di posti di lavoro”

 

17 aprile 2016: gli elettori italiani voteranno al referendum richiesto dalle 9 regioni e dai comitati “No-Triv”: una consultazione che servirà per decidere se vietare o meno il rinnovo delle concessioni estrattive per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana. La storia è nota: l’attuale art. 6, comma 17 del dlg 2006 n. 152, permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento. Il referendum chiede di abrogare tale articolo determinando la cessazione immediata delle attività di estrazione alla scadenza delle concessioni anche qualora sotto ci sia rimasto ancora gas metano. 21 le concessioni messe in discussione, sette delle quali ricadono nell’area siciliana. E Siracusa è interessata.

Per la Filctem questo referendum non ha senso, e si spreca denaro pubblico per un messaggio politico distorto: ma in Italia è possibile anche questo e, visto che ormai è avviata la macchina referendaria, la Filctem dice No con il suo segretario nazionale Emilio Miceli, ma anche quella siracusana con il suo esponente di punta Mario Rizzuti. E’ vero però che la Cgil si è spaccata: la Filctem ha assunto una posizione unitaria sul No, ma alcune categorie come Fiom, Flc e Flai sono tra gli ambientalisti. Il più grande sindacato d’Italia non ha assunto una linea comune dimostrando grande capacità di discussione interna ma anche visioni storico-economiche diverse. E forse è giusto così.

La posizione dei fautori del No al voto è chiara: sono a rischio migliaia di posti di lavoro in una realtà, come quella italiana, a forte vocazione industriale. Nei prossimi decenni il mondo continuerà ad andare a gas e petrolio e dunque non si può pensare di chiudere bruscamente con tutto. “Noi della Filctem - ci spiega Mario Rizzuti, segretario provinciale della categoria di Siracusa - riteniamo il referendum un falso problema, come quello di pensare che si possa fare a meno del petrolio e del gas e procedere solo con le fonti energetiche alternative. Piacerebbe a tutti noi, forse qualcuno può negarlo?, ma non sarà così e per i prossimi decenni, di sicuro, si continuerà ad andare a gas e petrolio, addirittura a carbone (Germania e Cina)ˮ.

“Inoltre la legge vieta già di trivellare entro 12 miglia dalla costa e il referendum non interessa in nessun modo le nuove trivellazioni ma riguarda la possibilità offerta agli italiani di decidere se gli impianti esistenti possano continuare o meno ad operare fino a quando i giacimenti non saranno esauriti. Ciò vuol dire diventare sempre più dipendenti dai paesi produttoriˮ! Certo, lo scenario internazionale non è dei migliori ed Eni in questo momento avrebbe un’ulteriore scusa per dismettere il poco che resta e trasferirsi dove vuole. E le battaglie sindacali sarebbero i mulini a vento di Don Chisciotte.

“Il nostro primo No – aggiunge Rizzuti - è politico e riguarda l’attività e la produttività di questo Paese che sono basate anche sulle materie energetiche (petrolio e gas). Se non estraiamo tali materie prime diverremo sempre più dipendenti da altri stati e costretti ad acquistare all’estero ancor più di quanto già facciamo. Ciò si tradurrebbe in maggiori importazioni, spese economiche e aumento del traffico navale con petroliere che solcherebbero in maniera molto più massiccia i nostri mari per sopperire alle nostre carenze energetiche. Qui è in gioco una scelta strategica: questo Paese deve diventare soggetto alla produzione estera o pensa di poter camminare con le proprie gambe? Peraltro, è bene ricordare, il turismo copre il fabbisogno nazionale appena per il 15% mentre il 75% dell’economia di questo Paese deriva dai prodotti energeticiˮ!

“Pensiamo forse di poter sopperire alle nostre carenze attraverso settori che complessivamente rispondono al 25% delle necessità economiche? Preferiamo acquistare ancor più gas dall’Algeria e Siberia più di quanto non facciamo già e versare miliardi di euro all’estero piuttosto che destinarli alla crescita interna? Peraltro molte delle estrazioni messe in forse sono di gas metano che tra i combustibili fossili è considerato meno inquinante, ha sostituito il carbone (ancora estratto nell’avanzata Germania) ed è stato riconosciuto dall'unione europea come un ponte che guiderà il passaggio verso le rinnovabili per i prossimi 30 anni”.

‟L’altra ragione è quella dell’occupazione: si parla di precarizzazione e dell’aumento della disoccupazione ma poi vengono messe in campo azioni che servono ad eliminare il lavoro rimasto. “La nostra Sicilia – ci spiega il segretario Filctem - con le sue industrie fornisce il 45% del lavorato del petrolio a tutta l’Italia! Solo sul territorio di Siracusa l’industria rappresenta il 45% dell’economia provinciale. E tra i siti messi in difficoltà dal referendum vi sarebbe Pozzallo con la sua piattaforma, la Vega A, che è già in crisi da qualche anno a causa di una diminuzione della quantità di greggio estratto. Peraltro per ovviare al problema è stato presentato un progetto per la costruzione della Vega B che avrebbe potuto, sempre sugli stessi pozzi, perforare angolature diverse per estrarre il greggio e garantire per altri 25 anni occupazione e fonte energeticaˮ.

“Progetto che si è arenato sebbene siano in ballo 500 milioni. Un progetto di ampio respiro perché consentirebbe il rilancio del polo metalmeccanico di Punta Cugno (per preparazione ed assemblaggio dei moduli) e richiamerebbe nell’area la costruzione di ulteriori piattaforme. Un rilancio lavorativo ed economico che vedrebbe circa 1.000 lavoratori impegnati solo nella costruzione della piattaforma Vega”.

‟Il terzo motivo è di ordine metodologico: «Riteniamo discutibile su questo tema l’uso dello strumento referendario – spiega Rizzuti - perché le leggi in materia dovrebbero essere frutto di un ragionamento politico di ampio raggio e non dettate dall’emotività del momento».

Il quarto motivo, tutto siciliano, è che il governo regionale, meno di un anno fa, aveva stretto un accordo con l’Assomineraria per un investimento complessivo di un miliardo ed 800 milioni di euro che avrebbero permesso di incrementare l’occupazione in modo consistente riassorbendo anche i disoccupati di Gela. Ed invece con questa operazione – aggiunge Rizzuti - si rischia di far saltare questa possibilità e noi continuiamo a perdere opportunità. Il nostro territorio continuerà così a perdere pezzi e non verrà mai messo nelle condizioni di poter essere appetibile. Come si possono creare condizioni favorevoli che tengano conto del lavoro e del rispetto dell’ambiente se non si consente nessun tipo di attività e quelle proposte vengono bocciate sul nascereˮ?

Se le obiezioni risultano valide vi è però un problema con l’ecosistema e i megalitici buchi nella crosta terrestre. Diciamola tutta: vi è una resistenza nel voler passare alle fonti energetiche alternative perché di petrolio ce n’è ancora tanto e gli ultimi studi parlano di un possibile utilizzo dello stesso per almeno altri 150 anni. “Sarebbe il caso di spiegare all’opinione pubblica – ci spiega l’esponente Filctem - che la sacca di petrolio la quale mano a mano si svuota si riempie d’acqua di mare e non è possibile che si creino danni poiché si tratta di un sistema chiuso. Dire inoltre che l’Italia non utilizza fonti energetiche alternative è un errore madornale perché il nostro è l’unico paese che è arrivato a sfruttare il 40% di fonti eoliche, solari e biomasse e la Sicilia è una delle regioni che sfrutta di più l’energia alternativa. Dato molto superiore alla Germania che si attesta 22%. Eppure paesi come la Germania mantengono tutte le produzioni industriali ed i bacini carboniferi e non ci pare che la coscienza ambientalista teutonica sia inferiore a quella italiana, semmai è il contrario! Forse in Italia molto è solo apparenza. La verità è che ambiente, economia e lavoro si possono coniugare, ma sarebbe indispensabile realizzare un piano energetico adeguato che né in Italia né nella nostra regione è mai stato pensato. Comunque è inutile prendersi in giro: se le trivellazioni verranno bloccate in Italia di certo gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo coglieranno l’occasione al volo realizzando ciò che qui si vuol distruggere”.

Ognuno con le sue idee, il 17 aprile capiremo cosa vogliono gli italiani e magari, qualunque sia l’esito, questo spingerà il governo a riaprire discussioni serie che per troppo tempo sono state tralasciate!

17 aprile 2016: gli elettori italiani voteranno al referendum richiesto dalle 9 regioni e dai comitati “No-Triv”: una consultazione che servirà per decidere se vietare o meno il rinnovo delle concessioni estrattive per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana. La storia è nota: l’attuale art. 6, comma 17 del dlg 2006 n. 152, permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento. Il referendum chiede di abrogare tale articolo determinando la cessazione immediata delle attività di estrazione alla scadenza delle concessioni anche qualora sotto ci sia rimasto ancora gas metano. 21 le concessioni messe in discussione, sette delle quali ricadono nell’area siciliana. E Siracusa è interessata.

Per la Filctem questo referendum non ha senso, e si spreca denaro pubblico per un messaggio politico distorto: ma in Italia è possibile anche questo e, visto che ormai è avviata la macchina referendaria, la Filctem dice No con il suo segretario nazionale Emilio Miceli, ma anche quella siracusana con il suo esponente di punta Mario Rizzuti. E’ vero però che la Cgil si è spaccata: la Filctem ha assunto una posizione unitaria sul No, ma alcune categorie come Fiom, Flc e Flai sono tra gli ambientalisti. Il più grande sindacato d’Italia non ha assunto una linea comune dimostrando grande capacità di discussione interna ma anche visioni storico-economiche diverse. E forse è giusto così.

La posizione dei fautori del No al voto è chiara: sono a rischio migliaia di posti di lavoro in una realtà, come quella italiana, a forte vocazione industriale. Nei prossimi decenni il mondo continuerà ad andare a gas e petrolio e dunque non si può pensare di chiudere bruscamente con tutto. “Noi della Filctem - ci spiega Mario Rizzuti, segretario provinciale della categoria di Siracusa - riteniamo il referendum un falso problema, come quello di pensare che si possa fare a meno del petrolio e del gas e procedere solo con le fonti energetiche alternative. Piacerebbe a tutti noi, forse qualcuno può negarlo?, ma non sarà così e per i prossimi decenni, di sicuro, si continuerà ad andare a gas e petrolio, addirittura a carbone (Germania e Cina)ˮ.

“Inoltre la legge vieta già di trivellare entro 12 miglia dalla costa e il referendum non interessa in nessun modo le nuove trivellazioni ma riguarda la possibilità offerta agli italiani di decidere se gli impianti esistenti possano continuare o meno ad operare fino a quando i giacimenti non saranno esauriti. Ciò vuol dire diventare sempre più dipendenti dai paesi produttoriˮ! Certo, lo scenario internazionale non è dei migliori ed Eni in questo momento avrebbe un’ulteriore scusa per dismettere il poco che resta e trasferirsi dove vuole. E le battaglie sindacali sarebbero i mulini a vento di Don Chisciotte.

“Il nostro primo No – aggiunge Rizzuti - è politico e riguarda l’attività e la produttività di questo Paese che sono basate anche sulle materie energetiche (petrolio e gas). Se non estraiamo tali materie prime diverremo sempre più dipendenti da altri stati e costretti ad acquistare all’estero ancor più di quanto già facciamo. Ciò si tradurrebbe in maggiori importazioni, spese economiche e aumento del traffico navale con petroliere che solcherebbero in maniera molto più massiccia i nostri mari per sopperire alle nostre carenze energetiche. Qui è in gioco una scelta strategica: questo Paese deve diventare soggetto alla produzione estera o pensa di poter camminare con le proprie gambe? Peraltro, è bene ricordare, il turismo copre il fabbisogno nazionale appena per il 15% mentre il 75% dell’economia di questo Paese deriva dai prodotti energeticiˮ!

“Pensiamo forse di poter sopperire alle nostre carenze attraverso settori che complessivamente rispondono al 25% delle necessità economiche? Preferiamo acquistare ancor più gas dall’Algeria e Siberia più di quanto non facciamo già e versare miliardi di euro all’estero piuttosto che destinarli alla crescita interna? Peraltro molte delle estrazioni messe in forse sono di gas metano che tra i combustibili fossili è considerato meno inquinante, ha sostituito il carbone (ancora estratto nell’avanzata Germania) ed è stato riconosciuto dall'unione europea come un ponte che guiderà il passaggio verso le rinnovabili per i prossimi 30 anni”.

‟L’altra ragione è quella dell’occupazione: si parla di precarizzazione e dell’aumento della disoccupazione ma poi vengono messe in campo azioni che servono ad eliminare il lavoro rimasto. “La nostra Sicilia – ci spiega il segretario Filctem - con le sue industrie fornisce il 45% del lavorato del petrolio a tutta l’Italia! Solo sul territorio di Siracusa l’industria rappresenta il 45% dell’economia provinciale. E tra i siti messi in difficoltà dal referendum vi sarebbe Pozzallo con la sua piattaforma, la Vega A, che è già in crisi da qualche anno a causa di una diminuzione della quantità di greggio estratto. Peraltro per ovviare al problema è stato presentato un progetto per la costruzione della Vega B che avrebbe potuto, sempre sugli stessi pozzi, perforare angolature diverse per estrarre il greggio e garantire per altri 25 anni occupazione e fonte energeticaˮ.

“Progetto che si è arenato sebbene siano in ballo 500 milioni. Un progetto di ampio respiro perché consentirebbe il rilancio del polo metalmeccanico di Punta Cugno (per preparazione ed assemblaggio dei moduli) e richiamerebbe nell’area la costruzione di ulteriori piattaforme. Un rilancio lavorativo ed economico che vedrebbe circa 1.000 lavoratori impegnati solo nella costruzione della piattaforma Vega”.

‟Il terzo motivo è di ordine metodologico: «Riteniamo discutibile su questo tema l’uso dello strumento referendario – spiega Rizzuti - perché le leggi in materia dovrebbero essere frutto di un ragionamento politico di ampio raggio e non dettate dall’emotività del momento».

Il quarto motivo, tutto siciliano, è che il governo regionale, meno di un anno fa, aveva stretto un accordo con l’Assomineraria per un investimento complessivo di un miliardo ed 800 milioni di euro che avrebbero permesso di incrementare l’occupazione in modo consistente riassorbendo anche i disoccupati di Gela. Ed invece con questa operazione – aggiunge Rizzuti - si rischia di far saltare questa possibilità e noi continuiamo a perdere opportunità. Il nostro territorio continuerà così a perdere pezzi e non verrà mai messo nelle condizioni di poter essere appetibile. Come si possono creare condizioni favorevoli che tengano conto del lavoro e del rispetto dell’ambiente se non si consente nessun tipo di attività e quelle proposte vengono bocciate sul nascereˮ?

Se le obiezioni risultano valide vi è però un problema con l’ecosistema e i megalitici buchi nella crosta terrestre. Diciamola tutta: vi è una resistenza nel voler passare alle fonti energetiche alternative perché di petrolio ce n’è ancora tanto e gli ultimi studi parlano di un possibile utilizzo dello stesso per almeno altri 150 anni. “Sarebbe il caso di spiegare all’opinione pubblica – ci spiega l’esponente Filctem - che la sacca di petrolio la quale mano a mano si svuota si riempie d’acqua di mare e non è possibile che si creino danni poiché si tratta di un sistema chiuso. Dire inoltre che l’Italia non utilizza fonti energetiche alternative è un errore madornale perché il nostro è l’unico paese che è arrivato a sfruttare il 40% di fonti eoliche, solari e biomasse e la Sicilia è una delle regioni che sfrutta di più l’energia alternativa. Dato molto superiore alla Germania che si attesta 22%. Eppure paesi come la Germania mantengono tutte le produzioni industriali ed i bacini carboniferi e non ci pare che la coscienza ambientalista teutonica sia inferiore a quella italiana, semmai è il contrario! Forse in Italia molto è solo apparenza. La verità è che ambiente, economia e lavoro si possono coniugare, ma sarebbe indispensabile realizzare un piano energetico adeguato che né in Italia né nella nostra regione è mai stato pensato. Comunque è inutile prendersi in giro: se le trivellazioni verranno bloccate in Italia di certo gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo coglieranno l’occasione al volo realizzando ciò che qui si vuol distruggere”.

Ognuno con le sue idee, il 17 aprile capiremo cosa vogliono gli italiani e magari, qualunque sia l’esito, questo spingerà il governo a riaprire discussioni serie che per troppo tempo sono state tralasciate!