“Toglietemi tutto, ma non il mio Smartphone” e gli inglesi irridono. Il cellulare, a tavola, va a destra con il coltello o a sinistra con la forchetta? E la Fornero d’Oltralpe vuole portare l’orario settimanale da 35 a 46 ore

 

La Civetta di Minerva, 4 marzo 2016

In Francia, da qualche settimana non si parla d’altro: la riforma del codice del lavoro.

E la Fornero d’Oltralpe, Myriam El Khomri, avrebbe più d’un motivo per versare calde lacrime: il suo progetto di legge riceve critiche su critiche, al punto che quasi un milione di persone ha firmato una petizione contro questo embrione legislativo; al punto che, sul web, utenti inferociti si rivolgono a Hollande, con domande del tipo: «Seriamente? 46 ore di lavoro settimanale? È questa la tua soluzione alla disoccupazione?» (ridete, voi: qui, le 35 ore settimanali sono sacre. Sacre, ecco); al punto che alla povera ministra sono stati accordati quindici giorni supplementari per presentare un nuovo progetto di legge che incontri il favore dei sindacati (che, in Francia, contano ancora qualcosa, sì).

Una delle norme previste, tuttavia, ha ricevuto unanime consenso: quella che sancisce il diritto alla disconnessione. Avete presente quel prolungamento della mano che chiamiamo Smartphone? Ecco, la norma conferisce proprio il diritto, ma anche il dovere, di spegnerlo. Ogni tanto, almeno.

Nell’ultimo decennio, lo sviluppo delle tecnologie digitali ha avuto un pesante impatto sia sul nostro tenore di vita (il cellulare, a tavola, va a destra con il coltello o a sinistra con la forchetta? E che dire della camminata schiva-auto e schiva-pedoni, gli occhi incollati sullo schermo?), sia sulle caratteristiche del nostro lavoro (colloqui di lavoro su Skype, rapporti economici intercontinentali in tempo reale, curricula inviati per e-mail, senza bisogno di andare a bussare di porta in porta).

Ma, se la connettività e la digitalizzazione dell’economia rappresentano un’enorme opportunità, il rovescio della medaglia è quella che, in Francia, è chiamata “infobesità”.

Per avere un’idea di quanti chili in più abbiamo aggiunto sulla bilancia, basti considerare che, dal 2008 ad oggi, il numero di Smartphone si è sestuplicato.

Ed ecco perché l’articolo 25 del progetto di legge El Khomri prevede che, nel novero delle concertazioni sindacali annuali delle imprese, si includano gli strumenti per “garantire l’effettività del diritto al riposo”, in modo da assicurare una più marcata distinzione tra tempo di vita professionale e tempo di vita personale.

In realtà, già prima che il codice legiferasse in merito, vi erano stati diversi accordi aziendali in tal senso: la Volkswagen ha previsto uno stand-by automatico dei cellulari professionali tra le 18 e le 7 del mattino; Price Minister ha istituito una giornata al mese senza e-mail, in modo da far riscoprire ai propri impiegati l’ebbrezza di parlarsi a viva voce; Areva, Axa France, Orange e La Poste studiano una carta di sensibilizzazione all’uso degli strumenti elettronici. Finora l’unico sindacato che ha sancito espressamente l’esistenza di un diritto alla disconnessione, in un accordo di settore antesignano del nuovo code du travail, è il Syntec (sindacato di ingegneri, informatici e consulenti professionali): il testo, ormai in vigore da due anni, ha suscitato l’ilarità dei dirimpettai anglosassoni e vari tabloid britannici hanno definito i francesi re del savoir vivre, dei fannulloni. Come dire, non esistono solo i bamboccioni nostrani.

In realtà, la questione ruota attorno al concetto di tempo di lavoro ed è una questione che si porrà pure in Italia quando – e se – si affronterà l’argomento: come misurare il tempo di lavoro in un’industria sempre più votata al terziario? È incluso nel tempo di lavoro quello che si impiega, per esempio, a leggere le e-mail, lungo il tragitto in metropolitana? Per includere nella retribuzione pure questi momenti, si dovrebbe adottare, per tutti, un sistema di remunerazione commisurata ai risultati ottenuti e non alle ore concretamente trascorse sul luogo di lavoro, così come accade, appunto, nel sistema anglosassone.

Viene, in conclusione, da chiedersi se questa onnipresente connettività sia un bene o un male: da una parte, le e-mail, le chat di gruppo, i messaggi su Whatsapp costituiscono, ormai, uno strumento fondamentale nella vita di ogni impresa, piccola o grande che sia; dall’altra, sono varie le problematiche legate a questa prestabilita reperibilità.

Una forma di molestia continua, innanzitutto: un datore di lavoro che accolla incarichi ventiquattr’ore al dì, un collega che chiede consigli nel cuore della notte, un dipendente alle prese con un problema da risolvere che cerca una soluzione.

Cellulari e computer hanno un magico potere: sono potenzialmente rintracciabili a qualunque ora e autorizzano a supporre, a meno che non vi troviate nel mezzo di un tornado che ha tranciato i tralicci della corrente, che la lettura del messaggio e la correlata risposta possano arrivare pressoché immediatamente. Niente più attese del piccione viaggiatore, niente più ingorghi postali: la società “infobesa” vuole tutto e subito. Inoltre, chi invia l’e-mail per primo, ha la coscienza a posto: ha rilanciato la palla – e la responsabilità lavorativa – nel campo avversario; e pazienza se sono le due di notte e, magari, l’ignaro destinatario osa dormire.

Altro dato da non sottovalutare è che il nostro cervello ha un limite: qualche volta, così come accade agli iPhone, la sua batteria si scarica. Un impiegato medio riceve, al giorno, circa 150 sollecitazioni (e-mail, telefonate, messaggi): un’interruzione del suo lavoro ogni quattro minuti e, va da sé, una diminuzione della sua produttività.

Inoltre, tutto ciò si ripercuote negativamente sulla sfera privata: un sondaggio del 2014 documentava che il 63% degli impiegati francesi riteneva la propria qualità di vita danneggiata dal non poter mai spegnere il cellulare.

Ed esistono, infine, casi ancora più gravi di lavoratori-connessi che lamentano disturbi del sonno (se tornate a casa, preparate la cena e poi accendete l’iPad per continuare a lavorare, il vostro cervello, che credeva di essere ormai autorizzato al riposo, risponderà alla nuova sollecitazione con un anomalo picco di attività) o disturbi ossessivi (se vi svegliate nel cuore della notte per stilare una lista mentale di cose da fare, sentendovi in colpa perché non le avete ancora fatte e sentendovi frustrati perché l’ufficio, a quell’ora, è chiuso… bene, forse state sfiorando il burn-out).

È, quindi, necessaria una legge che assicuri il diritto e imponga il dovere di consacrare un certo tempo della propria vita alla famiglia, allo svago e al riposo? Può un accordo sindacale legiferare in maniera obiettiva e giusta, oppure ogni caso è a sé e non tutti i lavoratori si sentono oppressi dal lavoro fuori orario, così come dal lavoro la domenica? Ma, soprattutto, è disposta la società dei social network e di internet non stop a staccare la spina alla tecnologia, fosse anche per qualche ora, oppure è, oramai, troppo abituata a questa sovrabbondanza di informazioni, allo smartphone cronofago e a una vita in connessione continua?

Chi scrive appartiene alla categoria di persone che legge e digita le e-mail per strada; lavora dal computer anche nei giorni di riposo; risponde alle sollecitazioni di colleghi, capi e dipendenti, anche se è domenica; ha ricevuto, solo nell’ultimo mese, le e-mail lavorative di mezzanotte e quelle delle sette del mattino; aspetta la notte perché il cervello le ricordi qualche incombenza ancora da sbrigare, finita nel dimenticatoio della routine quotidiana. (E, da attuale lavoratrice francese, è contenta di questo nuovo diritto da brandire).

Che il vero anticonformismo di oggi sia spegnere il cellulare e alzare gli occhi al cielo?