In assenza di una indicazione esplicita dell’Assessorato, i sindaci avrebbero potuto mettere tutti di fronte al fatto compiuto dell’avvenuta costituzione dell’Assemblea territoriale. Se avessero avuto la volontà, l‘ansia, l’impazienza di attuare la legge tanto attesa!

 

La Civetta di Minerva, 4 marzo 2016

Abbiamo certamente qualcosa da ridire in merito alle questioni affrontate dal Consiglio Comunale di Siracusa il 22 febbraio scorso e in risposta alle posizioni sintetizzate nel comunicato stampa ufficiale o a quelle esposte dall’assessore Pierpaolo Coppa nella intervista rilasciata alla Civetta.

Confermiamo senza esitazione la nostra critica al sindaco Garozzo per il mancato rispetto dei suoi impegni elettorali e, per questo aspetto, concordiamo col giudizio espresso da Cetty Vinci.

Quanto alla differenza, enfatizzata dall’assessore Coppa, tra gestione pubblica del servizio idrico e gestione diretta, riteniamo di dover evidenziare come tale differenza non possa mai arrivare ad accreditare come “pubblica” una gestione affidata a privati. Per quanto il servizio idrico sia correttamente definito di pubblica utilità o per quanto l’acqua sia riconosciuta comunque e sempre come bene pubblico, una gestione affidata a privati non sarà mai da spacciare come gestione pubblica.

Detto questo, concordiamo sul fatto che la gestione diretta (da parte di un Comune) non è l’unica forma possibile di gestione pubblica: tanto è vero che una fattispecie di gestione pubblica ipotizzata e suggerita dalla recente L.R. n 19/2015 è da realizzare attraverso Aziende Speciali create dai singoli Comuni o Consortili (cioè che realizzino il servizio per vari Comuni consorziati). L’art. 4 (Gestione del servizio idrico integrato) precisa senza ombra di equivoco che «la gestione del servizio idrico integrato è realizzata senza finalità lucrative, persegue obiettivi di carattere sociale e ambientale ed è finanziata attraverso meccanismi tariffari». Per tale ragione, [la gestione] può essere affidata dalle Assemblee Territoriali Idriche […] ad enti di diritto pubblico, quali Aziende speciali, Aziende speciali consortili, consorzi tra comuni, società a totale partecipazione pubblica.

Ci pare che Siracusa non abbia intrapreso questa strada, a nostro avviso, virtuosa. Eppure a Siracusa la formula dell’Azienda speciale fu suggerita da Jose Sudano, sin dal fervore della campagna referendaria, quando ancora la legge regionale non era nemmeno nella mente di Giove. Quell’ipotesi di gestione pubblica (autonoma anche nel bilancio rispetto all’amministrazione comunale) ha trovato realizzazione a Napoli ed è attecchita come modello proposto dalla legge regionale siciliana, ma a Siracusa il sindaco, pur trovandosi nella fortunata condizione di porsi tra gli antesignani realizzatori di tale formula, dopo il crollo di SAI8, preferì percorrere la vecchia strada dell’affidamento (con gara di dubbia legittimità) anche a costo di dover rinnegare il suo programma elettorale (o, ci auguriamo, solo di rinviarne l’attuazione). Lo avrebbe fatto per salvaguardare una buona parte dei lavoratori.

Ma forse proprio un’Azienda speciale avrebbe potuto consentire di aggirare legittimamente lo scoglio delle assunzioni, esternalizzando ad una cooperativa (di ex dipendenti Sogeas e Sai8) meri compiti esecutivi o forse avrebbe potuto addirittura rendere possibile l’applicazione delle norme relative al trasferimento del ramo di azienda di cui all'articolo 2112 del codice civile), configurandosi come soggetto amministrativo distinto dal Comune e tenuto a sostenere tutti i costi coi ricavi della propria attività.

Ma tant’è. A Siracusa quell’intuizione rimase senza sviluppi. Peccato! Dunque non ci pare il caso di stare a cincischiare sulla differenza tra gestione pubblica e gestione diretta nel tentativo, forse, di sminuire la gravità della scelta operata. In ordine alla quale è opportuno precisare che l’avv. Coppa, persona stimabilissima, non ha responsabilità alcuna, non essendo ancora egli, all’epoca, assessore. E non ci pare neanche il caso che egli rivanghi (come ci sembra di capire dall’intervista) il concetto di ATO come «territorio nel quale il servizio idrico debba essere gestito unitariamente». Non è più così, come conferma un’attenta lettura della legge regionale, che ammette gestioni comunali e consortili su territori di sub-ambito.

Riferisce poi dal comunicato stampa che l’assessore Coppa avrebbe dichiarato che «l’attuale gestione siracusana sarebbe il frutto di una situazione di emergenza dettata dal fallimento della SAI8 e dai Comuni della provincia che hanno preferito passare alla gestione diretta». E no, caspita! Non possono essere affatto colpevolizzati i Comuni che hanno optato per la gestione diretta, riprendendo il controllo del servizio idrico dopo il fallimento di SAI8. Se la soluzione che qualcuno voleva imporre (all’interno di un soggetto amministrativo onnicomprensivo) era quella di affidare il servizio con una nuova gara, come poi ha fatto Siracusa, seguita (ma solo fino a ieri) da Solarino, mille volte meglio la diaspora e il recupero delle gestioni dirette. Bene hanno fatto, a nostro avviso, quei Comuni che, come Floridia, hanno optato per il recupero della gestione diretta del servizio. E bene ha fatto recentemente Solarino a orientarsi in questo stesso senso, negando la proroga a SIAM ed annunciando che il servizio torna in capo al Comune dal 1° marzo.

A detta dell’amministrazione siracusana, «il sistema non è ancora uscito dalla provvisorietà per due ragioni principali: la prima è che la legge regionale è stata impugnata dal governo nazionale davanti alla Corte costituzionale; la seconda è che ci sono stati ritardi da parte dell'assessorato regionale, il più grave dei quali riguarda la costituzione degli Ato, che doveva avvenire entro il 22 ottobre scorso ma che è arrivata solo il 29 gennaio». Verissimo! Ma a noi sembra che si vogliano indicare solo responsabilità che stanno altrove (e che sono indiscutibili) forse nel tentativo di sminuire quelle di soggetti più vicini.

Lo stallo della situazione sarebbe dovuto alla mancata convocazione / costituzione dell’Assemblea territoriale dei sindaci: «tale organo, che toglie ai comuni competenza sul sistema idrico, non è stato ancora convocato e non si sa chi lo debba fare». Di certo non lo avranno fatto coloro che siano rimasti (a far che?) all’interno degli ATO in liquidazione. Ma, purtroppo, non lo hanno fatto neanche i sindaci, rimasti in attesa di indicazioni operative o di precettazioni o di richiesti chiarimenti. O degli sviluppi della sciagurata impugnativa, che invece vanno evitati con decise e tempestive iniziative politiche. Va decisamente evitato che si concretizzi lo scenario di uno svuotamento della legge per capitolazione del governo regionale rispetto alle pretese renzianissime. Ci riferiamo alla sconcertante dichiarazione della Contrafatto, già trattata in precedenza.

Stante la situazione di stallo (frutto, a nostro avviso, di ignavia collettiva e di responsabilità molto diffuse), cosa intendono fare gli amministratori siracusani? Lo apprendiamo dal comunicato ufficiale. Secondo il quale, al Comune resterebbero due strade: «una poco praticabile che prevede la gestione in house […]; l’altra è il ricorso a una ordinanza contingibile e urgente di proroga della gestione SIAM, motivata con il fatto che si tratta di un servizio pubblico essenziale». «Comunque - leggiamo nel comunicato stampa ufficiale - […], l'obiettivo finale della Giunta è di arrivare ad una gestione pubblica in house attraverso l'Ato, soluzione che consentirebbe, in base alle nuove norme, di salvaguardare i posti di lavoro».

Che vuol dire? L’amministrazione continua a sperare che a gestire il servizio idrico sia, unitariamente, l’ATO e che tale entità possa attuare la tutela dei dipendenti dalle precedenti società affidatarie, prevista dalla legge regionale? Ma la salvaguardia dei rapporti di lavoro (contemplata dalla legge regionale 19 al comma 3 dell’art. 5 attraverso un riferimento all’art. 173 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 nonché alla disciplina del trasferimento del ramo di azienda di cui all'articolo 2112 del codice civile) si dovrebbe applicare comunque al personale delle società già affidatarie del servizio idrico integrato, a prescindere dal fatto che esso transiti ad un gestore unico (che la legge regionale non impone affatto e che non può più essere il vecchio ATO, sostituito dalla Assemblea territoriale) o a gestori pubblici vari. Il vero problema sta nella salvaguardia di tale clausola di garanzia dei lavoratori, prevista esplicitamente dalla legge regionale, rispetto alla legge nazionale, che impone per i Comuni il ricorso alle procedure concorsuali. Ancora una volta, a ben vedere, il problema è quello di salvaguardare nella sua integrità la legge regionale (incardinata sullo Statuto dell’Autonomia) da tentativi di subordinazione alla legislazione nazionale ordinaria.

Forse, più che la situazione di per se stessa, sono in stallo le menti. Infatti, se andiamo a leggere l’art. 3 della L.R. citata, troviamo che in esso il percorso da compiere è già definito e che gli Ambiti sono numericamente prestabiliti, al punto che ci sembra pleonastico o meramente formale l’adempimento dell’assessorato regionale, in assenza del quale i Comuni sono rimasti a guardare le stelle: «Art. 3. Individuazione degli Ambiti Territoriali Ottimali. Al fine della gestione del servizio idrico integrato, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge,[…] l’Assessore regionale per l’energia e per i servizi di pubblica utilità individua in numero di 9 gli Ambiti territoriali ottimali (ATO) coincidenti con le zone omogenee dei bacini idrografici o con i preesistenti Ambiti territoriali ottimali».

Ci chiediamo dunque cosa abbia impedito ai sindaci di ottemperare al dettato, chiarissimo, della legge, semplicemente autoconvocandosi, senza aspettare l’atto formale da parte dell’assessore. Che è certamente censurabile da parte di Crocetta. Ma non ci sembra che i sindaci dell’Ato (tutti!) possano nascondersi dietro un dito: avrebbero potuto di fatto operare nel rispetto del testo di legge, per noi chiarissimo. Quali chiarimenti avrebbero dovuto chiedere alla Regione? Forse semplicemente se l’ATO dovesse coincidere «con zone omogenee di bacini idrografici o con i preesistenti Ambiti territoriali ottimali»? Probabilmente, in assenza di una indicazione esplicita dell’Assessorato, avrebbero comunque potuto optare per la seconda interpretazione, possibile in base alla legge, e mettere tutti di fronte al fatto compiuto dell’avvenuta costituzione dell’Assemblea territoriale. Se avessero avuto la volontà, l’ansia, l’impazienza di attuare la legge tanto attesa!

E, subito dopo, avrebbero potuto procedere all’esercizio delle funzioni assegnate all’Assemblea, che risultano chiaramente e dettagliatamente elencate al successivo comma 3. E avrebbero dovuto issare come vessillo di battaglia lo Statuto dell’Autonomia, brandendolo contro l’inqualificabile impugnativa renziana; e avrebbero dovuto porsi come primi attori nella attuazione della legge regionale, varando (subito dopo essersi costituiti come Assemblea territoriale) le Aziende speciali singole o consortili che la legge rende possibili e che neanche l’impugnativa renziana ci pare che possa bloccare.

Noi semplici cittadini, ignari di cavilli e non inclini a tentennamenti, avremmo intrapreso subito l’attuazione della legge (ponendo in mora l’assessore, invece di chiedergli suggerimenti sul da farsi). E probabilmente non avremmo sbagliato, in quanto la legge regionale è di per se stessa autoapplicativa. Infatti essa si conclude (come abbiamo già avuto modo di evidenziare in precedenti articoli) con la formula contenuta nell’art. 14 (Entrata in vigore): «1. La presente legge sarà pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana ed entrerà in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione. 2. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge della Regione». Noi avremmo operato così.

Forse pecchiamo di eccessiva ingenuità, ma non comprendiamo come e perché mai debba prevalere in ambienti burocratici ed amministrativi una sindrome del CAS (complicazione affari semplici). Noi crediamo che esista una facoltà di auto-convocazione e non aspetteremmo, sdraiati sull’erba, la ciliegia che ci caschi in bocca. Non avremmo aspettato sino alla vigilia della scadenza dell’affidamento annuale per ricorrere poi, in extremis, ad una «ordinanza contingibile ed urgente», giustificabile dal carattere essenziale del servizio idrico, ma chiaramente evitabile attraverso un comportamento costruttivo e virtuoso, che sarebbe stato doveroso assumere per tempo.

Per Pippo Zappulla il meccanismo è inceppato in tutta la Sicilia. Già. Ma forse molti hanno congiurato per incepparlo e per ostacolare l’applicazione della legge regionale. A partire da Renzi, che si è permesso di esercitare l’impugnativa contro una legge incardinata sullo Statuto dell’Autonomia regionale, che è legge di rango costituzionale e, dunque, vale più delle leggi nazionali, alle quali nessuno dovrebbe permettersi di piegare o adeguare una legge regionale che sia radicata su tale Statuto e con esso pienamente coerente. L’autonomia va rivendicata ed esercitata. E a far capire a Renzi come stiano le cose farebbe bene ad intervenire personalmente il Presidente Mattarella, che, da presidente della Corte Costituzionale, ci ha liberati dell’ingombrante ed oppressiva presenza di un commissario che troppo facilmente impugnava leggi regionali.

A parziale difesa dei sindaci, possiamo ipotizzare che proprio il clima del renzismo dilagante abbia contribuito non poco a seminare attendismo.

Per quanto sopra sviscerato condividiamo appieno la posizione di Lo Curzio (Enrico) dal quale è arrivato «un invito a non cedere alla demagogia, indicando la Regione come principale responsabile. L'incertezza […] è dovuta all'incapacità della Politica di compiere scelte coraggiose e di svolgere la sua parte fino in fondo». Viva la sincerità! Lo Curzio junior ha gridato che il re è nudo.

Qualcuno potrebbe obiettare che forse la condizione di oppositori rende più coraggiosi. Bene: i sindaci acquisiscano mozioni e delibere da parte dei Consigli, mobilitino tutti, coinvolgano opposizioni e cittadinanza attiva, associazioni e comitati civici vari… In fin dei conti procedere speditamente per l’attuazione di una legge auto-applicativa non è certo un reato. Ma è cosa buona e giusta che i primi cittadini siano coperti dal consenso più ampio possibile.

Non è condivisibile la dichiarazione del capo dell'Ufficio legale del Comune, secondo il quale la legislazione europea e nazionale non prevedrebbe da 20 anni la gestione diretta dei servizi a rete da parte degli enti locali […] e la nuova legge regionale dello scorso agosto sarebbe «errata» [sic!]. Alla faccia del rispetto della legge! Un legale di un Comune può permettersi di definire errata una legge! Se lo facesse il cittadino, ignaro (sino ad un certo punto) delle leggi (che non ammettono ignoranza), magari potrebbe essere scusato per incompetenza. Forse. Ma può un avvocato definire «errata» una legge? Può dare degli incompetenti ai legislatori regionali? O forse ha usato un’espressione un tantino infelice o impropria? Propendiamo per quest’ultima ipotesi. Anche perché ci sembra di ricordare che recentemente i Comuni di Parigi e di Berlino (certamente nel rispetto di un quadro normativo vigente in Europa) hanno deliberato il ritorno alla gestione pubblica dei loro servizi idrici. Chissà se Bianca ne è informato?! E si tratta di Comuni europei!

A nostro avviso non ci sono leggi errate; ci sono leggi giuste e leggi ingiuste; le prime vanno applicate; le seconde vanno cassate a colpi di referendum o ripudiate con obiezione di coscienza.

La verità è che oggi sono in atto tentativi spudorati di aggiramento della volontà popolare e di privatizzazione camuffata. Su tali manovre affidate a un famoso “combinato disposto tra norme renzianissime” abbiamo più volte richiamato l’attenzione dei nostri lettori e dei sindaci dei Comuni iblei. Segnaliamo ora alla loro attenzione le manovre in corso per affondare ABC (Acqua Bene Comune, azienda speciale di Napoli per la gestione pubblica del servizio idrico di quella città) e per forzare la mano ai sindaci dei Comuni del Sannio e dell’Irpinia al fine di varare una aggregazione dei due maggiori gestori pubblici operanti sui due territori. La seconda di tali aziende è partecipata al 60% dal colosso ACEA. Intelligenti pauca.

In Sicilia nessuno speri di convincerci ad accettare gestioni private (finalizzate al lucro), adducendo surrettiziamente la motivazione, plausibile, di dover evitare ulteriore indebitamento pubblico. Le Aziende speciali comunali e consortili previste dalla legge regionale dovranno finanziare integralmente il servizio attraverso la tariffa (come previsto dall’art. 4). Pertanto non potranno accumulare debiti. Ma non saranno mangiatoie per i privati. Sarà dunque cura dei buoni amministratori ed interesse dei cittadini tutti che esse siano affidate a gestori (pubblici) capaci ed onesti. Nessuna sirena ci venga a incantare con mendaci serenate sulla presunta efficienza delle gestioni private. L’esperienza di SAI8 è ancora viva nelle coscienze dei siracusani. Adesso è venuto il momento di puntare sulle AS. E chiunque si opporrà a questo disegno sarà nemico degli interessi pubblici e sarà da noi avversato. In nome della difesa dei beni comuni.