Intervista al personaggio controverso autore di una forte protesta sulla torretta più alta dello stabilimento industriale. Dichiara: “Un gruppo mafioso voleva entrare nel circolo, in azienda si spacciava e consumava droga”.

 

Chi è Jvan Baio? E’ un mitomane, un pallonaro, uno che racconta balle, uno che vuole sempre i riflettori puntati, uno che è impazzito, o semplicemente un padre di famiglia che in certo momento della sua vita si è trovato ad affrontare una situazione critica, che non ha avuto l’appoggio sperato, che per l’amore della verità si è esposto ed ha subito le conseguenti reazioni di chi ha più potere di lui? Chi è Jvan Baio? E’ l’uomo che intravedo ogni tanto all’ingresso della scuola dove aspetta i suoi figli che, all’uscita, li abbraccia, li coccola e li sbaciucchia come solo un tenero papà riesce a fare, è uno che ha fatto della sua dignità una ragione di vita o, come un dott. Jeckill qualunque nasconde un Mr Hyde perfido, rancoroso, ossessivo e borderline? Chi è Jvan Baio?

Lo avevo raggiunto alcuni giorni fa (prima che iniziasse nuovamente il sit in di protesta in Isab) con la mia macchina sotto casa sua (la sua è rotta e non può permettersi di sistemarla) ed ho fatto l’intervista direttamente all’interno dell’abitacolo.

Jvan, mi racconti quando è iniziata la tua vicenda?

“Tutto inizia ad agosto 2013 quando ero dipendente Isab del pontile Nord. Con altri due colleghi decidiamo di aprire un circolo ricreativo dove poterci incontrare con altri colleghi per vedere le partite o, semplicemente, per giocare a carte. Intestiamo il circolo ricreativo a mia moglie e io anticipo 4.000 mila € per affittare e sistemare l’abitazione ma, dopo un mese, mi accorgo che uno dei soci vuole utilizzare il circolo ricreativo per fare un centro scommesse clandestino controllato da una cosca mafiosa siracusana. Nel frattempo uno dei due colleghi esce dalla società e l’altro, quello che spinge per il centro scommesse, fa entrare in società un’altra persona, che è conosciuta dalle forze dell’ordine, perché appartenente ad un clan mafioso, già arrestato precedentemente. Mi accorgo nel giro dei 45 giorni di esistenza della società che nel circolo ricreativo arriva la droga che il mio collega porta in Isab e la spaccia insieme alle sigarette, all’alcool, non solo ai marinai stranieri delle petroliere ma anche e, soprattutto, ad alcuni dipendenti Isab, che fanno uso di stupefacenti. L’Isab è a conoscenza della droga che circola all’interno. Tutti sapevano che c’era la droga all’interno”.

Che centra tutto questo con i problemi che hai avuto con Isab?

“Quando rientro al lavoro nell’ottobre 2013, il collega della società ha un atteggiamento estorsivo e denigratorio nei mie confronti e, di fronte a diversi atti di intimidazioni e ad un attentato minatorio (hanno aperto una valvola degli spurghi di mia responsabilità), sentendomi minacciato mi rivolgo ai massimi responsabili Isab, spiegando loro cosa era successo. I responsabili Isab mi dicono di aspettare e di fare sedimentare la situazione. Io mi metto in malattia (anche con l’accordo dell’azienda). Nel frattempo scopro che i biglietti minatori che avevo ricevuto e consegnato al mio capo reparto scompaiono dall’Isab: nessuno riesce a trovarli. Inoltre, l’azienda continua a tenermi al pontile nord insieme al mio collega. Solo dopo sei mesi, a marzo 2014, vengo spostato dal pontile nord al pontile sud, ma tra i due pontili c’è uno stretto collegamento, ed è come se qualcuno fosse spostato da una stanza all’altra. Al pontile sud, comunque, non ho un vero e proprio lavoro, mi chiudono in una stanza e continuo a ricevere minacce”.

Perché sali la prima volta sulla torretta?

“Ci salgo perché chiedo di essere spostato, non faccio nulla al pontile sud e comunque anche lì continuo a ricevere minacce e intimidazioni. Chiedo un posto e un luogo di lavoro più sereno. Al pontile sud non faccio nessun tipo di lavoro, ho solo mobbing”.

Che succede dopo?

“L’otto maggio 2014 faccio una denuncia/querela alla procura e, per questo, a luglio di quell’anno bruciano il negozio di mio fratello. A settembre decido di fare causa per mobbing all’Isab. Ad ottobre sono ricoverato in una clinica privata per verificare il mio stato psicofisico. Il medico di fabbrica chiama il primario del reparto e si mettono d’accordo per farmi una diagnosi di psicosi nas, (disturbo psichiatrico, dovuta ad una severa alterazione dell'equilibrio psichico dell'individuo, con compromissione dell'esame di realtà, frequente presenza di disturbi del pensiero, deliri ed allucinazioni. Ndr). Io sto scoperchiando un vaso di Pandora che non dovevo scoperchiare e loro alterano i dati per screditarmi agli occhi degli altri. Mi danno una psicosi nas senza farmi nessun test. Il sei ottobre mi chiama il medico di fabbrica dicendomi che sono semiidoneo ad andare a lavorare, ma devo essere accompagnato da due persone. Giorno otto ottobre 2014 mi dice che non sono più idoneo e mi rimanda, per giorno 27 novembre, ad una commissione terza per il lavoro. Giorno 10 novembre mi rendo conto delle porcherie che hanno fatto e salgo nuovamente sulla torretta per tenere alta la tensione. Tra giorno 10 novembre e giorno 27 vado in una clinica del nord e mi confermano che la psicosi nas non esiste”.

Jvan, la tua storia sembra un film. Che succede dopo?

“Voglio dirti che questa è la prima volta che racconto in maniera chiara e dettagliata cosa mi è successo, ho fatto prima piccole interviste, mai nessuno mi ha chiesto di raccontare tutto. Per invogliarmi a scendere dalla torretta i responsabili Isab mi assicurano che mi spostano in laboratorio e mi danno 40 mila € di risarcimento. Dopo che sono sceso incontro il direttore che si rimangia tutto e mi dice che non mi sposta più, che devo stare al pontile sud. Io ho un problema esterno, e Isab cosa fa? Butta in mezzo alla strada il padre di famiglia ed il delinquente lo lascia ancora all’interno della fabbrica. Io non so come andrà a finire. So solo che ad oggi ho perso, sono senza casa, sono a piedi, senza soldi. Per fortuna la famiglia mi dà una mano”.

Ma tu quanti anni hai lavorato in Isab? Hai avuto problemi prima?

“Ho lavorato lì per sei anni. Io non ho mai avuto niente, nemmeno una multa, nessun problema all’interno di Isab prima. Nessun richiamo. Ho sempre lavorato e non ho mai avuto problemi con nessun collega prima di questa storia. Quanti licenziamenti conosci tu da parte dell’Isab? Nessuno”.

Continua la tua storia.

“A gennaio 2015 risalgo sulla torretta perché capisco che Isab vuole “farmi fuori”. Ci sto 38 ore. Intervengono gli uomini della digos che cercano di trovare una soluzione: mi invitano a prendere i soldi e ad andare via. Loro vorrebbero per reintegrarmi in azienda che io ritiri la denuncia e mi chiedono di stare zitto. A febbraio mi incateno davanti all’Isab e sto incatenato lì per 10 giorni. Mi convocano e mi dicono che ho cinque giorni per decidere. Mi danno i primi otto giorni di sospensione e poi altri dieci. Il giorno del mio rientro mi scrivono il licenziamento in 45 minuti. Siamo al 4 marzo”.

Dopo il tuo licenziamento iniziano le vicende legali?

“In effetti, dopo il licenziamento abbiamo iniziato con Isab una ulteriore fase di contrattazione che dura fino a maggio 2015. Chiedo di farmi lavorare anche con una ditta terza. L’ultima frase che dicono è che mi danno solo 12 mensilità. Mi vado allora a piazzare un'altra volta in Isab e mi incateno. A luglio l’ultima offerta è di 70 mila senza reintegro. Ma io rifiuto. Mi hanno buttato via. Il 17 dicembre 2015 il giudice ci reinvia al 3 marzo 2016 per trovare in due mesi e mezzo un accordo. Io voglio il reintegro sul lavoro, in un posto sereno, con il rimborso di tutto ciò che ho perso economicamente e desidero proseguire il discorso penale e civile. Io voglio proseguire ma voglio il reintegro”.

E i sindacati?

“Il sindacato ha preso posizione contro di me. Non si è fatto vedere. Mi dicono solo che devo ringraziare Isab. Non so se in Isab c’è qualcuno di loro che ci guadagna. Si fa vivo uno dei segretari generali provinciali del sindacato e mi dice che mi avrebbe aiutato coinvolgendo anche gli altri segretari. Mi invitano a riflettere sul fatto che se rientro in azienda, i responsabili Isab potrebbero ancora una volta mobbizzarmi, mettendomi in un luogo di lavoro non idoneo e mi invitano a prendere i soldi e a chiudere la vicenda, rinnegando tutto quello che avevo detto prima”.

Chi è Jvan Baio? Un uomo solo che si è trovato a rompere gli schemi, che non vuole abbassare la testa, che vuole lottare per i propri diritti, che vuole che la verità emerga, che desidera avere un posto di lavoro? Oppure, un pazzo che lotta, come Don Chichiotte, contro i mulini a vento, uno che non ha il senso della realtà, dell’opportunità, del rispetto delle istituzioni e del datore di lavoro, uno che non ha mai avuto desiderio di lavorare e che vuole solo creare grane agli altri? Chi è Jvan Baio?