Una siracusana a Parigi, dove Leonardo da Vinci è indicato come LéonarDaVansì. Breviario di domande che oltralpe hanno in serbo per gli italiani: i nostri inglesismi, di dove siamo, noi e la metro, il cibo… Un consiglio ai conterranei: “Prima di un apero, mangiate la pasta”

 

Poco tempo fa spopolava in rete un divertente video nel quali degli statunitensi ponevano delle domande agli italiani: non vi stufate mai della pasta? Esiste un codice stradale? Perché gesticolate? Non sono mancati video degli italiani, colmi di plausibili risposte (“Gesticoliamo per dare più enfasi alle frasi”) e di curiose domande (“E perché, nei film, gli alieni invadono sempre voi e non, per esempio, la Sveziaˮ?).

Le inevitabili differenze tra gente di diversa nazionalità strappano più di un sorriso: a ben riflettere, protagonisti dei video sono uomini e donne della stessa età, provenienti dalla stessa porzione culturale di mondo, l’occidente, che indossano le stesse marche di vestiti, che si collegano agli stessi social network dallo stesso modello di smartphone, che possono raggiungersi in poche ore di volo; eppure, quando si parla delle cose che, nella vita, contano (l’amore, la cultura, il cibo), ecco aprirsi un abisso tra di loro.

Ed esiste una gamma di domande, quesiti e considerazioni che i nostri fratelli d’Oltralpe amano sottoporre a noi italiani e alle quali rispondere (mantenendo un tono gioviale e amichevole, s’intende) non è sempre facile.

Parole in inglese - Gli italiani vengono palesemente disprezzati dai francesi per la loro mancanza di nazionalismo, rimarcabile nell’assuefazione ai modelli inglesi.

Perché noi, per esempio, non traduciamo i termini informatici? Nella lingua di Molière, il file è un fichier, il mouse è la souris, persino il computer è l’ordinateur. Per non parlare, poi, della pronuncia di quelle parole inglesi che sono entrate a far parte del linguaggio comune (i cugini britannici si trovano solo a un braccio di mare, in fondo): sostantivi come “flash” e nomi propri come Franklin D. Roosevelt vengono storpiati all’inverosimile affinché abbiano una pronuncia il più possibile francese. Dal canto opposto, alcuni verbi e sostantivi anglosassoni vengono trasformati in verbi della prima coniugazione: bug (l’errore informatico, n.d.a.) dà vita a beuguer e to check (controllare) diventa checker.

Con i termini italiani, il discorso è analogo: il povero Leonardo Da Vinci è costantemente indicato come LéonarDaVansì, ma che nessuno si azzardi a dire Proust invece di Prust o a pronunciar male il trittongo e il dittongo di Beaudelaire.

I francesi, così come i gatti che popolano i loro comignoli (più nell’immaginario collettivo che nella realtà, comunque), riusciranno a cadere sempre in piedi e a far sentire gli italiani inadeguati, sia che usino termini inglesi (“Non siete affatto legati alle vostre origini, voi! Altro che lingua di Danteˮ!), sia quando si cimentino a parlare in francese (il loro sopracciglio inarcato e l’espressione perplessa riusciranno a strozzare in gola qualunque tentativo di suono nasale o erre arricciata che steste azzardando).

Di che città sei? - I francesi amano l’Italia! Quando vi ascoltano parlare e restano incantati dalla vostra melodiosa inflessione, non potranno fare a meno di domandarvi da quale città veniate. A quel punto, sparate direttamente una delle seguenti (in quest’ordine, preferibilmente): Venezia, Firenze, Milano, Roma. Sono le uniche che la maggioranza dei francesi conosce e le uniche che apprezza.

Inutile, davvero inutile, che rispondiate – con una malcelata punta di orgoglio – Sicilia (non pretendete poi tanto, vi dite: che conoscano, almeno, la regione!). Seguirà, di regola, uno sguardo vacuo, seguito da un’occhiata compassionevole e, a volte, un sospiro. Vi sentirete, forse, in dovere di indorare la pillola (“Il mare è favolosoˮ!) per strappare un sorriso a quel viso d’Oltralpe. Superato il momento critico – e se avrete la fortuna di eludere le domande sulla mafia o sulla disoccupazione – vi troverete a parlare delle bellezze di Venezia o di Firenze (nulla da obiettare, certo, ammesso che anche voi, almeno, le abbiate visitate).

In metropolitana - Se vi chiedessero qual è la differenza più palese tra un siciliano e un parigino, rispondete senza alcun dubbio: l’atteggiamento in metropolitana. È illuminante, infatti, studiare i gesti e l’andatura della gente che, almeno due volte al giorno, utilizza i mezzi pubblici di trasporto.

Una premessa è ineludibile: l’attesa media di una delle quattordici linee della metropolitana dell’Esagono è di 3 minuti; su alcune tratte, addirittura, si assicura un treno ogni 90/120 secondi. Checché ne dicano i francesi, i trasporti parigini funzionano benissimo.

Ecco perché, agli occhi di un siracusano (il quale sa benissimo cosa significa aspettare un autobus che passi, specie se un bus urbano), non c’è alcun motivo di farsi assalire dallo stress: quand’anche si arrivi in cima alle scale che portano ai binari nel momento in cui le porte dei vagoni stanno per richiudersi, non serve scapicollarsi: il treno successivo passerà dopo qualche minuto. E quand’anche il vagone fosse così pieno da non poter accogliere nemmeno uno spillo, non serve accalcarsi e pigiare il prossimo alla ricerca del proprio spazio vitale: il treno successivo passerà dopo qualche minuto.

Quando non camminerete spediti lungo i corridoi e i tunnel che collegano una linea all’altra, seguendo la fiumana di gente; quando non vi lancerete correndo su e giù per le scale (mobili e non); quando non terrete la destra, camminando; quando non vi fionderete in un vagone nonostante vi sia un assoluto divieto di salire dopo che il segnale sonoro ha cominciato a suonare; quando non cercherete di bloccare le porte con un piede o con una spalla per infilarvi di prepotenza; ecco, in quei momenti, vi si leggerà in faccia che non siete parigini. Proprio no.

Il cibo - Per gli italiani il cibo è importante, non nascondiamocelo. Oltre ad essere, notoriamente, uno dei piaceri della vita, si tratta anche di un’utile occasione di aggregazione: il pranzo della domenica, la pizza del sabato sera, la cena di Natale.

Ai francesi, invece, il cibo non serve poi così tanto: date loro una bottiglia di vino e l’effetto conviviale è assicurato. Potrà, dunque, capitarvi di ritrovarvi in mezzo a gente che, a fronte della vostra quasi totale astemia (foste anche buoni bevitori, sarebbe molto difficile competere con loro), si mostrerà completamente inappetente.

Quello che i francesi chiamano apéro non ha nulla a che vedere con i nostri aperitivi: per noi, un tavolo con dei bicchieri di Crodino e una quantità industriale di patatine, pizzette, noccioline, olive, arancini, mini vol-au-vent, ecc...; per loro, un tavolo con varie bottiglie di vino, una mini ciotola di noccioline e degli steli di carota cruda. Se vi va bene, insieme al vino vi serviranno (per una cifra che, a Parigi, va dai 15 ai 25 euro), un tagliere di formaggi e salumi: di solito, per una tavolata di dieci persone, il tagliere misura 50x10 cm. E, semmai chiedeste un’altra cesta di pane, potrebbe capitare di sentirli rimbrottare “Les italiens!”.

Gesti, vocali e sorriso - E poi il nostro gesticolare, che richiama i loro sguardi incuriositi sulle nostre mani che non riescono a stare ferme, e le nostre vocali aperte, così in disaccordo rispetto ai loro suoni occlusi, e il nostro sorriso solare che si scontra con le espressioni a metà fra l’accigliato e l’annoiato (per espressa ammissione dei francesi, i parigini sono perennemente scontenti e imbronciati).

Prima dell’apéro un piatto di pasta - In un ipotetico video YouTube che raccogliesse le domande dei francesi agli italiani, questa sarebbe la Top Five: perché gesticolate e parlate a voce così alta? Perché siete così mammoni e attaccati alla famiglia? Perché camminate così lentamente, non dovete andare a lavorare? Perché cercate sempre da mangiare, quando nei pub si va solo per bere un verre? Perché portate gli occhiali da sole come un accessorio e non come un oggetto di mera utilità?

In assenza di illuminanti risposte dalla Rete, non ci resta che affidarci alla libera interpretazione dei francesi (tuttavia, se vi invitassero a un apéro, sapete cosa fare: un bel piatto di pasta prima di uscire et voilà).