Talé u Talete. Il parcheggio-ecomostro è quel che rimase del progetto del “tunnel sottomarino di Ortigia”

 

Il filosofo greco Talete è un personaggio dell’antichità la cui figura oscilla fra realtà e leggenda. Nato nella cittadina di Mileto situata nell’Asia Minore e vissuto, secondo alcune fonti, tra la fine del VII secolo e la prima metà del VI secolo, gli vengono attribuiti teoremi matematici, previsioni di eclissi e di ricche produzioni agricole, ruoli di saggio consigliere politico, conoscenze astronomiche. Di passaggio in Egitto avrebbe persino calcolato l’altezza della piramide di Cheope partendo dalla misura dell’ombra dell’imponente costruzione.

Se fosse teletrasportato con una macchina del tempo nella Siracusa dei giorni nostri, forse Talete riuscirebbe finalmente a spiegarci, mediante apposito enunciato e relativa dimostrazione, il teorema di quella geometrica cagata del parcheggio-ecomostro di cemento che  porta il suo nome. Particolare, quest’ultimo, che certo gli farebbe girare non poco i zebedei o palle che dir si voglia (koleòs in greco antico).

Bisognerebbe quindi spiegare a lui che, in precedenza, gli era stato dedicato il “passeggio” con vista mare, ossia il tratto di lungomare abbastanza fatiscente ma sempre meglio dell’eco-schifezza che lo ha cancellato ormai da 18 anni. Era infatti il 1998 quando venne completato il catacombale parcheggio, collocato immediatamente ai primi posti nella classifica degli scempi urbanistici siracusani di sempre, e costato una vagonata di soldi tra finanziamenti della Regione Sicilia e fondi incredibilmente stornati dai fondi stanziati dalla Protezione Civile per opere di sicurezza.

La sua storia è strettamente legata a quella del progetto del “tunnel di Ortigia”, vicenda ai limiti del demenziale ma vera che merita di essere ricordata facendo un ulteriore passo indietro, all’incirca nel 1987. Tutto nasce da un bando pubblico per realizzare una nuova via di collegamento tra Ortigia e il resto del mondo, precisamente una “via di fuga” in caso di terremoti o altri cataclismi, comprese le minchiate o’ scuru di tipo tellurico. Il progetto vincitore prevedeva per l’appunto una colossale minchiata: la costruzione di un tunnel sottomarino posizionato fra riva Nazario Sauro (dietro il Palazzo delle Poste) e lo sbarcadero S. Lucia. Evidentemente un tunnel fu ritenuto dalla commissione comunale esaminatrice del bando la soluzione ideale per infilarsi e darsela a gambe durante un evento sismico o un maremoto.

Immaginate la scena: “Ou, ma chistu è ‘n terremotu! Presto, scappiamo! Fozza picciotti tutta rintra o’ tunnel, prima i fimmini e i picciriddi”.

E ci fu sicura corrispondenza di amorosi sensi fra l’amministrazione comunale (giunta con sindaco Fausto Spagna) e il raggruppamento d’imprese capitanato dall’imprenditore allora in auge Jerry Giarratana, l’unico a finire in galera a seguito dell’inchiesta giudiziaria avviata per far luce sulle varie stranezze dell’appalto. Capitolo che si sarebbe concluso alla fine degli anni Novanta con un nulla di fatto, tra assoluzioni e reati caduti in prescrizione. Grazie alle opposizioni politiche, alle proteste delle associazioni ambientaliste, a migliaia di firme di cittadini contrari al tunnel, ma anche a causa di vicissitudini amministrative, l’opera principale abortì. Rimasero comunque un po’ di soldi che bastarono, di riffa o di raffa, a costruire, spacciandolo per un’opera di “protezione civile”, il parcheggio chiamato col nome dell’incolpevole Talete.

Un luogo brutto di fuori e di dentro, che quando piove si allaga causando tra l’altro figuracce coi malcapitati turisti, da tempo decrepito e bisognoso di manutenzione e interventi che comporterebbero altro spreco di denaro pubblico. E invece raderlo al suolo sarebbe la scelta giusta e sacrosanta, come dalle parti de L’Isola dei Cani sosteniamo dal primo momento che fu scoperchiato l’ecomostro.