Alcuni dipendenti per 24 mesi consecutivi in Cigs per crisi, poi prosecuzione, riorganizzazione, ristrutturazione. A uno l’Istituto chiede 5mila euro “non spettanti”, “ma il numero del decreto era per una ditta di mobili”. C’è chi ha scoperto di aver lavorato nel 2012 ventisei settimane in più di quelle dell’anno solare!

 

Ne avevamo parlato in un articolo del giugno 2013. Una sorta di corollario alla complessa vicenda del fallimento SAI8. Una situazione poco chiara, confusa e contraddittoria, relativa al sistema di garanzie attivate dall'azienda a favore dei lavoratori. Proviamo a sintetizzarla individuando i passaggi di maggiore criticità, quelli che, per quanto se ne sappia, sono ancora oggetto d'indagini da parte della Procura di Siracusa e che presto potrebbero avere esiti clamorosi.

Il 3 dicembre del 2010, nonostante qualche mese prima la società vantasse un aumento del 52,73% del fatturato, e il suo socio di maggioranza, la Saceccav, prevedesse un nuovo piano industriale anche con una new entry nella sua compagine societaria, inaspettatamente la Sai8 avanzava la richiesta di mobilità per 17 unità del personale, evidentemente in esubero. Un escamotage, secondo i dipendenti letteralmente oberati dal lavoro, per spingere i comuni "ribelli" a consegnare gli impianti e insieme per sbarazzarsi di presenze non gradite: gli ex Sogeas, compresi i dirigenti, alcuni, da lì a poco, silurati.

Ci si chiedeva: Com'è possibile, il 3 ottobre (2010), far presente “la necessità di procedere all’attivazione della mobilità per 17 lavoratori determinata da un andamento negativo delle attività aziendali che si è manifestato in particolare a decorrere dall’ultimo trimestre dell’anno scorso", e, poi, invece, dichiarare alla stampa, il 23 successivo, di essere in grado di “finanziare in assenza della quota pubblica a totale contributo privato i progetti del POT (piano delle opere, ndr)” e impegnarsi “a concludere, entro l’aprile 2011, il processo di stabilizzazione di 21 unità iniziato nel settembre 2010?”.

Tuttavia, nonostante il parere contrario delle maestranze espresso in assemblea, l'azienda, in accordo con le organizzazioni sindacali, l’11 febbraio del 2011 attivava i contratti di solidarietà estesi a tutto il personale "per soli 4 mesi": così, infatti, veniva comunicato ai sindacati sebbene il decreto ministeriale riguardasse invece un intero anno.

Tra l'altro, una nostra fonte evidenziava che nessuno dei dipendenti aveva potuto prendere visione dell’elenco con le categorie, le qualifiche e i livelli di appartenenza del personale coinvolto, né si era provveduto a far firmare la dichiarazione d'immediata disponibilità al lavoro (DID) nonostante tale mancata sottoscrizione, così come il rifiuto a un percorso di riqualificazione professionale o a un lavoro congruo, comportasse la perdita del diritto a qualsiasi erogazione di carattere retributivo o contributivo.

Ma soprattutto risultava contraddittoria, rispetto al percorso fatto, la successiva decisione della Sai8 di mandare a casa alcuni dipendenti con contratto a tempo e di mettere in mobilità, il primo settembre del 2011, d'emblée, altri 17 lavoratori (solo ex Sogeas) già precedentemente individuati senza neanche avviare l'iter burocratico previsto per legge.

Una scelta a quanto pare fatta senza l'accordo del sindacato ma, evidentemente, anche e soprattutto senza l'avallo dell'ufficio provinciale del lavoro, ai quali non sarebbe sfuggita l'incongruenza tra il piano di solidarietà, misura di tutela dei lavoratori possibile solo nel caso in cui siano salvaguardati i livelli occupazionali, e i licenziamenti in tronco.

Ma forse proprio per questo, trascorsi solo 22 giorni dalla lettera di mobilità, il 23 settembre l'azienda innestava la marcia indietro e revocava i licenziamenti.

Eppure l'apice del caos non era ancora stato raggiunto: l'attivazione contemporanea del contratto di solidarietà e della cassa integrazione era sì possibile, ma solo a determinate condizioni (a quanto si diceva allora, non ricorrenti nel caso specifico) e avendo cura di rispettare la norma che, qualora i due benefici siano stati emanati per la stessa unità produttiva e con coincidenza temporale, esclude tassativamente che il singolo lavoratore possa cumularli entrambi, e ciò ovviamente per tutto il periodo della loro coesistenza.

Invece, nell’elenco di aziende con provvedimenti cigs pubblicato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, risultava proprio che, nel periodo compreso tra il 26 settembre 2011 e il 29 febbraio 2012, per i 24 dipendenti interessati dai programmi di cigs per crisi i due benefici erano entrambi attivi. Un errore non voluto? Una svista non segnalata da nessuno? Mistero!

In quei giorni, in effetti, ci si chiedeva quale fosse il vero problema che la Sai8 si preparava ad affrontare: crisi, riorganizzazione, conversione o ristrutturazione? Misure tutte sottoposte a normative diverse perché differenti ne sono tempi e finalità. La cassa integrazione guadagni straordinaria (cigs) è di 12 mesi se viene riconosciuta per crisi aziendale, ma di 24 se per riorganizzazione. Inoltre, per ottenere la cigs, occorreva presentare sia i documenti contabili sia una relazione tecnica che attestasse la motivazione dello stato di crisi nonché l’andamento aziendale negativo, o comunque involutivo, di almeno un biennio precedente, e non sembrava possibile data la crescita del fatturato nel 2010. Ci si chiedeva anche se, nell'assumere 71 nuovi dipendenti, se ne fosse realmente dimostrata la necessità e la compatibilità con la disciplina e le finalità della cigs per crisi così come prescritto dalle norme; e anche se fosse stato predisposto quel piano di risanamento richiesto tra altri diversi adempimenti.

Ma la confusione era tale che anche i sindacati dovevano rimediare a grossolani errori: il 28 marzo del 2013 tutte le sigle sindacali, insieme con i vertici aziendali, si riunivano per modificare, nel verbale di accordo con l'ufficio provinciale del lavoro di cinque mesi prima, un passaggio fondamentale relativo al rinnovo della cigs "per ristrutturazione" e non "per riorganizzazione" come erroneamente scritto.

Come che fosse, alcuni dipendenti, ormai messi fuori dall’azienda, si trovavano a essere, senza alcuna soluzione di continuità, per 24 mesi consecutivi, titolari prima di cigs per crisi, poi di cigs in prosecuzione, ancora per riorganizzazione, e infine, l'ultima, per ristrutturazione. Inevitabile quindi trovare situazioni paradossali come quella del dipendente che scopriva di aver lavorato nel 2012 ventisei settimane più di quelle contemplate nell’anno solare!

E che dire di chi, nel settembre 2013, richiamato in anticipo in servizio dall'azienda, ha dovuto poi segnalare all'Inps di percepire, per lo stesso periodo temporale, sia la busta paga per le prestazioni lavorative effettuate, sia il trattamento di integrazione salariale (cioè la fantomatica cigs per ristrutturazione)? E cosa pensare se questo, per di più, accade nonostante l’Azienda in questione abbia già completato le procedure di regolare chiusura della cigs con gli ispettori dell'Inps?

Letteralmente un caos, che ovviamente continua a produrre effetti anche oggi.

Un ex dipendente della Sai8, l'ottobre scorso, si è visto ingiungere dall'Inps la richiesta di restituzione di oltre 5mila € corrisposti come integrazione salariale per un periodo di 5 mesi nel 2013 in quanto "non spettanti", e tra l'altro mai autorizzati dallo stesso ente.

"Impossibile soddisfare questa richiesta - ci dice -. Intanto perché non vengono chiariti i motivi di questo presunto indebito pagamento della cigs in mio favore, e quindi non saprei eventualmente cosa contestare. In secondo luogo, questa richiesta dovrebbe essere rivolta alla curatela del fallimento Sai8, società che ha ottenuto l'erogazione dell'integrazione salariale. In terzo luogo, e qui la storia assume caratteri surreali, il numero del decreto di approvazione del programma di cigs indicato nell'ingiunzione non ha niente a che fare con la vicenda Sai8, ma è riferito alla crisi aziendale, nel 2010, di una fabbrica di mobili del milanese, questa sì supportata dal regolare decreto ministeriale. Siamo davvero al teatro dell'assurdo!

Ritengo, e con me lo ritiene anche il mio legale, che l'Inps, a questo punto, abbia l'obbligo di rivolgersi alla Procura, perché valuti se vi siano estremi di reato, e insieme di avviare un'indagine interna per individuare eventuali responsabilità dei dipendenti".