“Chianta-storie” che incanta e stupisce, accarezza e scuote insieme. Storie nel segno del sale: memorie di paese a seguire il filo di parole storpiate, miracoli che sgorgano da lacrime e gesso (la Madonnina di Siracusa in Raggi d’argento), vicende di mare amaro e malioso insieme, di donne e di dee petrose…

 

Cloruro di sodio. La semplice formula non ci spiega però la sconfinata valenza, la ricchezza di riferimenti storici, geografici, letterari e artistici, economici e sociologici legati al sale. Sale è mare, sale è lacrima e gioia di cibi succulenti, sale è conservazione di cibi e corpi, sale è il “salario” dei milites romani, è il sale di “salèra” di “Briscula ‘n cumpagni” di Martoglio – e “mutu cu sapi ‘u jocu!” –, salato è il pane dell’esilio di Dante Alighieri e dei profughi migranti senzapatria d’ogni latitudine e tempo, sale è il sudore salso della fatica, l’ossa c’ ‘o sali si mangiano per rabbia o per disperazione, sale è l’altro elemento delle tabaccherie d’un tempo, quando sul sale si pagava dazio. Sale è storia di carovaniere e di piste, di miniere di salgemma, di abissi e saline, è Trapani Mozia Priolo.

Sale è l’equilibrio delicato della chimica della nostra vita, sale è sapienza, sale è sapere e sapore, che non a caso sono parole dalla stessa origine. Sale della terra è l’uomo di buona volontà, il cristiano che con la gioia della fede e la carità operosa e alitata di speranza porta un nuovo gusto nella vita propria e altrui – guai ad essere insipidi, sciapi, “scìpiti” diremmo nel nostro saporoso sapido dialetto, guai a divenire statue di sale.

Solo la narrazione, solo le storie dipinte scritte cantate suonate possono tentare di restituire la collana iridescente d’acqua e cristalli che è tutto ciò che ruota intorno alla parola “sale”.

“Sale” è il titolo dell’ultimo lavoro di Carlo Muratori, “chianta-storie” che incanta e stupisce, accarezza e scuote insieme: i quindici brani del lavoro, uscito per “Squilibri” in un formato elegante e originale – il cd è racchiuso in un libro in brossura con i testi e le traduzioni delle canzoni,  le riflessioni sulla genesi di musica e parole e il significato del percorso di ricerca che sta alla base del progetto – declinano storie nel segno del sale: memorie di paese a seguire il filo di parole storpiate e incomprese ma dal fascino incantatorio come di formule di mavàre (Jancu e finiòsa), storie di miracoli che sgorgano da lacrime e gesso (la Madonnina di Siracusa in Raggi d’argento), storie di mare amaro e malioso insieme, di donne e di dee petrose e dolci a un tempo, di attualità e Storia brucianti entrambe come sale su ferite antiche e nuove.

Ironica e suadente, tenera e graffiante, la voce di Muratori si scioglie come sale nell’acqua di arrangiamenti “folk” nel senso più alto – mai folkloristici –, nel segno del ricordo di antiche vanniate e canti di lavoro, aperti a suggestioni maghrebine (splendida Elisa Nocita in “L’esodo”, canzone dal respiro mitico, sontuosa e suggestiva), alla dolcezza degli archi del Quartetto indigeno e al pizzicare ritmico-melodico dell’arpa di Laura Vinciguerra, all’allegria prorompente della banda di Michele Netti, con esiti quasi da American jazz band mescidata con altre suggestioni del Nuovo continente, senza dimenticare fisarmonica percussioni e fiati – con Daniele Sepe e Mario Arcari a fare da importanti presenze.

Testi intensi, mai banali o puntellati di zeppe, originali o ispirati ad antichi anonimi rivisti secondo la lezione di Buttitta e Uccello – struggenti e urticanti le storie di Bronte col sacrificio di Nico’ Lombardo e di Nunzio, l’innocuo scemo del paese che nonostante il poco sale in zucca spaventa Bixio e i “cappeddi”.

Di che lagrime grondi e di che sangue il nostro Risorgimento – memorabile il tour di Muratori legato alle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia nel 2011 – lo sanno il siciliano divenuto di colpo “taliàno” cui presta la voce anche Peppe Voltarelli e la poetessa e patriota netina Mariannina Coffa, di cui Muratori in “Sale” musica il sonetto “Ombra adorata”, omaggio ad una donna e ad un’artista che meriterebbe di essere maggiormente conosciuta oltre i confini della Sicilia per il timbro originale della sua poesia e del suo spirito e per il tentativo di affermazione individuale attraverso la vita e l’arte nonostante i condizionamenti atavici e le ferite degli uomini e della Storia.

Dopo l’anteprima al teatro Tina di Lorenzo di Noto il 6 gennaio scorso, dopo le presentazioni alla Feltrinelli di Catania e presso Lettera 22 qui a Siracusa, il tour siciliano di Carlo Muratori fa tappa al Cineteatro Aurora di Belvedere (SR) proprio il 20 gennaio, in coincidenza con l’uscita di “Sale” sul mercato italiano.

La Civetta ha incontrato per voi l’artista siciliano, che con questo disco – maturo, ricco ed essenziale insieme proprio come il cloruro di sodio che è il Leitmotiv di tutto il lavoro – adesso è pronto ad affrontare le platee del “Continente”.

Soddisfatto dell’accoglienza riservata a “Sale” finora?

Ci aspettavamo un bel riscontro, ma siamo andati oltre ogni più rosea aspettativa.

Da dove viene questo titolo così realistico e metaforico insieme?

I brani sono stati scritti in momenti differenti e sono affiorati da motivi differenti, dopo sette anni di silenzio.

Quando il lavoro è terminato cercavo un titolo che potesse legarli uno all’altro e mi sono chiesto come mai la parola “sale” ricorresse così spesso e costantemente: penso alle lacrime, al valore conservativo del sale in senso sia fisico che memoriale, al sale come elemento sapienziale che dà gusto alle cose, che esalta il sapore. È così che ho trovato la chiave di apertura e spiegazione di tutto il lavoro.

Raccontaci del rapporto con i musicisti: come avete lavorato?

È stato tutto un lavoro di artigianato locale. Abbiamo registrato in campagna, da me, lavorando però in sinergia con Stefano Melone sia in fase di preproduzione che in corso d’opera, con scambi continui, suggerimenti, proposte, finché poi non è venuto da Pesaro in Sicilia per rifinire il tutto con gli archi e naturalmente successive sono state le fasi di missaggio e tutta la postproduzione.

Com’è stato cantare con Franco Battiato reinterpretando in dialetto siciliano “Povera patria”? Molto interessante è vedere come le vostre voci così diverse risultino complementari. L’arrangiamento appare molto indovinato perché riprende molto il Battiato elettronico.

È stata un’emozione incredibile che mi porterò dentro per tutta la vita. È stato proprio Franco ad insistere perché cantassimo insieme il ritornello, io all’ottava bassa e lui a quella alta, abbracciati a dividere il microfono.

La mia traduzione è molto legata alla Sicilia, allo strazio subito dalla “nostra” patria. Verissimo, l’arrangiamento elettronico in “Sale” stravolge l’impianto della canzone di Franco ma non la tradisce: lui stesso ha sposato con entusiasmo questa interpretazione del suo pezzo.

Sai di certo delle polemiche sul lavoro di Antonino Uccello e di quelle sorte intorno alle parole di Vecchioni o ai fatti di Colonia. Qual è la tua risposta come siciliano?

A queste polemiche non si risponde certo rintuzzando le accuse ma con la civiltà forte del pensiero, con ciò che siamo concretamente. Il siciliano non è branco ma Dolce stil novo, in cui la donna era come una “dìa”.

E se durante il mio tour al Nord qualcuno dirà che questo lavoro non sembra siciliano – per la cura o l’originalità – metterò avanti Verga, Pirandello, tutta la creatività del nostro fare e produrre. Già l’idea stessa del formato ideato qui in Sicilia per Squilibri si pone come un’innovazione: “Sale” è un CD book, è musica da leggere e da ascoltare, è un oggetto realizzato manualmente, con cura artigianale (penso alla tipografia calabrese dove è stato realizzato curando i minimi dettagli) e sarà l’apripista di altri “prodotti” pensati come dei libri e che escono dal circuito dei negozi di dischi per essere proposti nelle librerie, per cercare il pubblico delle università – l’ufficio stampa di Squilibri è in fermento per proporre “Sale” al Nord – e per i suoi tipi usciranno ad aprile Peppe Voltarelli con una reinterpetazione di Otello Profazio e poi Lucilla Galeazzi.

“Sale” è infatti anche un bell’oggetto, esteticamente parlando. Lo arricchiscono delle fotografie molto suggestive, in cui la bellezza dei luoghi convive con la violenza del degrado che li deturpa, creando un contrasto significativo – mare luminoso e livido, scogli e ciminiere, catrame e sale.

Dove sono state scattate?

A Funnucu novu. Avrei potuto cercare luoghi più “patinati” ma ho preferito questa bellezza contrastata, violata. Marina di Melilli mi è sembrata l’ambientazione più giusta.

Com’è stata l’esperienza della tua visita alle miniere di Realmonte?

Indescrivibile. È un luogo unico al mondo: le viscere della terra da cui nasce il sale di miniera.

E pensare che ogni giorno parte da Agrigento una nave carica di salgemma sgorgato dal cuore caldo della Sicilia alla volta di Canada e Stati Uniti, per sciogliere i ghiacci invernali. Uno dei grandi paradossi di questa nostra terra.

La Sicilia, che non ci stanchiamo di amare narrandola e cantandola come fa Carlo Muratori.

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