La pacifica coabitazione tra culture e identità tanto decantata e amata, che faceva di Parigi la Ville Lumière per definizione, una città di luce che illuminasse la giusta via da seguire per gli altri paesi, era solo una fragile costruzione, un mito facile da sfatare?

 


Siamo a Parigi, siamo ancora qua, francesi e emigrati, nonostante tutto. Come potrebbe essere altrimenti? La vita continua, il lavoro riprende a pieno ritmo; le vetrine si vestono di luci di Natale, il vero freddo è arrivato e la gente cerca di voltare quella pagina nera che è entrata a far parte della storia francese.

All'indomani della strage, quando le indagini vanno avanti, quando alcuni dei terroristi sono stati uccisi e altri sono attivamente ricercati, quando miriadi di perquisizioni e sequestri hanno avuto luogo, quello che resta, nella Ville Lumière, è un grande scombussolamento.

Parigi, in apparenza, è sempre la stessa.

Accanto al binario della metropolitana, varie persone aspettano: un uomo con il tipico cappello scuro e a tesa larga che identifica i juifs, gli ebrei; una donna dalla testa avvolta in un velo nero che aggiusta invisibili ciocche sfuggite sulle fronte; una mamma africana, un vestito lungo e coloratissimo che si intravede sotto uno scialle, spinge una carrozzina.

Sì, Parigi in apparenza è sempre uguale: culla del multiculturalismo, grande capitale del mondo occidentale, coacervo di stili, colori e identità.

Ma cosa filtra, dopo il 13 novembre, da sotto questa superficie apparentemente immota e levigata?

La paura non è cessata, il sospetto non è accantonato e i ricordi sono ancora vivi. Così, la gente esterna dei commenti bizzarri, dei commenti che, prima, si sussurravano appena e che, ora, sono pronunciati a piena voce.

«Alle prossime elezioni» ci dice un uomo, un francese sulla quarantina «vincerà la Le Pen e sarà un nuovo nazismo: tutti fuori, frontiere chiuse. Point barre! Siamo alla fine di un'epoca». Non riusciamo a capire, dal suo tono, se sia più rassicurato o preoccupato; di certo, è rassegnato: «Io l'avevo predetto: l'atteggiamento buonista e lassista del Partito Socialista (quello di Hollande, al potere dal 2012, ndr) ha portato a questo e, oramai, non c'è altra via».

Un altro uomo ancora, un francese di origini algerine che lavora per una ditta di trasporti; ha uno stile medio orientale, capelli neri, sopracciglia folte. «Io lo vedo» si confida con una smorfia «che la gente mi guarda in modo strano, adesso. Cerco di rispondere agli sguardi con un sorriso, ma in fondo...sì, in fondo ne sono infastidito, offeso. Non capiscono che siamo tutti nella stessa situazione? Che, stavolta, prima di aprire il fuoco, non hanno chiesto a nessuno se sapesse o meno recitare i versi del Corano?».

Ha un atteggiamento fiducioso, tuttavia: «Non si può avere paura di questo: chiudersi in casa per non incontrare un terrorista sarebbe come non attraversare un incrocio per non incorrere in un pirata della strada. Bisogna vivere».

Altri parigini non vogliono parlare di quello che è successo: la rimozione del problema è  una delle fasi dell'elaborazione del lutto, d’altronde.

Qualcuno cerca ancora delle spiegazioni, in maniera più o meno plausibile: un parroco di Lione, che aveva definito «fratelli siamesi» i terroristi e gli avventori del Bataclan, perché «chi invoca il diavolo in un concerto Metal non può non aspettarsi che Lui si manifesti», è stato sospeso dalle sue funzioni.

Molti si radicalizzano ancor più sulle loro posizioni: francesi purosangue invocano il Front National (il partito di estrema destra) e rinnegano il politically correct che fa di ogni bianco un razzista e di ogni nero un discriminato dalla società; francesi di origini magrebine o di religione musulmana contestano il clima di isolamento ed emarginazione in cui, dicono, sono tenuti da anni; l'opposizione tra mentalità aperte e mentalità chiuse, tra frontiere aperte e frontiere chiuse (quali frontiere, poi? Quelle europee? E chiuse sulla base di quale criterio?), tra moschee aperte e moschee chiuse si fa sempre più accentuata.

Persino la presenza della carne di maiale nella mensa delle scuole diventa, adesso, un argomento di discussione.

La pacifica coabitazione tra culture e identità che abbiamo tanto decantato, tanto amato, tanto ammirato e che faceva di Parigi la Ville Lumière per definizione, una città di luce che illuminasse la giusta via da seguire per gli altri paesi, era solo una fragile costruzione, un mito così facile da sfatare?

Non abbiamo ancora una risposta. Quella, probabilmente, solo il tempo potrà darla. Bisognerà restare qui e assistere al contrasto tra le diverse ideologie e scoprire chi vincerà, alla fine, le prossime elezioni. Ma non sappiamo se abbiamo ancora voglia di restare qui.

Parigi è ancora bellissima, Parigi è ancora magica, ma, forse, sotto questo perfetto connubio fra arte e romanticismo, si celano contrasti mai risolti e difficoltà mai appianate. E allora ci sembra di essere stati traditi e che persino la Tour Eiffel scintilli meno di prima e che non prometta più, come un padre benevolente, un mondo migliore.