La testimonianza della giornalista della Civetta che vive da tempo nella capitale francese. C’è il rischio che quello che resti sia solo un grande odio

 

Parigi si risveglia dopo un incubo. Un sole pallido filtra attraverso le nuvole e il cielo è tinto di ocra.

Le strade del diciannovesimo arrondissement, di solito trafficate, popolari e rumorose, sono immerse in una quiete irreale. Solo qualche macchina che sfila via veloce, degli autobus che arrancano nella corsia preferenziale e pochi passanti.

Sembra di rivivere la mattina dello scorso 8 gennaio, con la differenza che, adesso, un sentimento di paura e di sfiducia serpeggia fra la gente; perché, mentre in occasione dell’attentato al giornale “Charlie Hebdo” le vittime erano prescelte e selezionate per motivi ideologici, negli attentati dell’altro ieri chiunque poteva essere il bersaglio.

Seminare il terrore, stavolta, è riuscito benissimo.

Attacchi molteplici nel cuore della convivialità francese: lo stadio – dove una partita sottolineava i rapporti, appunto, amichevoli tra gli stati europei – e il teatro – uno dei fulcri della cultura parigina – e i ristoranti, con quelle che i francesi chiamano “terrasses” , ossia i tavolini fuori, per approfittare del clima autunnale ancora mite, per inaugurare il weekend, per “boire un coup” con gli amici.

Parigi colpita nel cuore della sua multiculturalità: i quartieri sotto attacco sono stati, ancora una volta, quelli dell’est della città. Se l’ovest di Parigi rappresenta la prosperità francese – i quartieri bene che sorgono ai piedi della Tour Eiffel e dell’Arc de Triomphe, i grattacieli de La Défense, gli storici immobili haussmaniani – è la parte orientale quella più viva, più popolare, più dinamica: il quartiere cinese al sud, gli africani al centro, i mediorientali al nord; ristoranti di ogni angolo del mondo: cinesi, sushi, pizzerie, kebab; supermercati halal e supermercati kosher; un mescolio di lingue, una miscela di culture, diversi colori di pelle e diversi colori nell’abbigliamento. Questa è la Parigi da amare, quella lontana dai monumenti, ma a misura d’uomo; popolare, aperta e forte delle sue diversità, come ha ricordato il sindaco, Anne Hidalgo. E questa è la Parigi che è stata colpita, per la seconda volta quest’anno, in maniera molto più coordinata, organizzata, infima e spregevole.

Il bilancio è gravissimo: centotrenta morti, più di trecento feriti, un centinaio in prognosi riservata.

Parigi piange, Parigi sanguina, Parigi è attonita e, adesso, Parigi ha paura.

Nonostante le parole pronunciate con tono asciutto e sicuro da François Hollande, nonostante la promessa di svolgere un’indagine approfondita che chiarisca la dinamica degli attacchi e, soprattutto, assicuri alla giustizia i colpevoli, nonostante lo stato di emergenza abbia richiamato un elevato numero di soldati a protezione della città, Parigi è sotto choc.

Anche se il piano di allerta Vigipirate non aveva cessato di essere in vigore, durante i mesi seguenti all’attacco a “Charlie Hebdo”; anche se, con il senno del poi, ci si poteva facilmente rendere conto dell’aria tesa, come nel presentimento che succedesse qualcosa, che si respirava nella città; anche se, mesi fa, si mormorava che dei droni non identificati avessero ripetutamente sorvolato i principali monumenti e centri commerciali cittadini; anche se le notizie dell’Isis, della Siria, della crisi dei rifugiati sfioravano i media e l’opinione pubblica, nessuno si sarebbe mai aspettato un attacco di tale spessore. Il Medio Oriente sembrava lontano e Parigi era forte della sua apertura al mondo e alla diversità religiosa e culturale.

Consumate le lacrime, conclusi i tre giorni di lutto nazionale, cessati i messaggi di solidarietà, vi è il rischio che quello che resti sia solo un grande odio. E – non ci stancheremo mai di ripeterlo – l’odio fomenta altro odio.

Che sia in nome della religione, del colore della pelle, di un’ideologia, dellapaura del prossimo, la rabbia non potrà mai essere la risposta definitiva per la risoluzione della crisi che il mondo – orientale e occidentale – sta vivendo.

Titoli cubitali, come quello che spiccava ieri mattina sul quotidiano Libero – e che, detto en passant, potrebbero essere perseguibili per legge – così come le illazioni di alcuni esponenti politici, che cavalcano l’onda dell’insicurezza collettiva, non fanno altro che fomentare l’odio verso una categoria di persone, riassumibile come quella dei “diversi da noi”.

Prendersela con i rifugiati, colpevoli di aver messo la propria vita a repentaglio proprio per sfuggire ad analoghe situazioni di terrore? Accusare chi professa la religione islamica, facendo di tutta l’erba un fascio ed aizzando l’odio verso un gruppo estremamente eterogeneo? Proporre di radere al suolo Daesh, come se si trattasse solo di una roccaforte da bombardare, come se le armi non fossero state libere di circolare da anni, come se non fossimo stati i taciti conniventi dell’instaurazione di questa situazione, la cui base è formata, ancora e sempre, da interessi economici?

Il passo verso l’odio incondizionatoè molto breve; perciò, occorre tenere in mente che i colpevoli di ieri, così come quelli dei precedenti attentati, non sono identificabili con la religione islamica – nella sua accezione prima – né, e men che meno, con i rifugiati.

Ieri calava la sera su Parigi, un sabato in cui il silenzio era interrotto solo dal suono delle sirene cheriecheggiavanelle vie cittadine.

Parigi era pronta per addormentarsi, ventiquattr’ore dopo i sei attentati che l’hanno scossa, colpita, piegata, ma – ancora una volta – non spezzata.

L’arma di Parigi è, e deve continuare ad essere, la sua capacità di accoglienza, di integrazione e di un fiero nazionalismo che sa tingersi di europeismo e di multiculturalità. Questa è la Parigi che si vive – o che si viveva fino a venerdì sera – e questa è laParigi che amano i francesi e i non francesi che ospita.

Tuttavia, di fronte alle tante vite spezzate, tutte le parole – che siano di comprensione o di odio o di sconcerto – suonano vuote, insensate e inutili.

Allora, ieri davamo la buonanotte a una Parigi in coprifuoco spontaneo, a una Parigi dal cielo ancora plumbeo e nuvoloso, a una Parigi silenziosa e ferita, a una Parigi alla ricerca di speranze e certezze, a una Parigi solidale (tantissimi si sono improvvisati donatori di sangue) e fiduciosa.

Ieri sera soffiava il vento e la gente del diciannovesimo arrondissement si guardava di soppiatto, un misto di apprensione e di compassione negli occhi.