Descrizione triste e ironica su una tranquilla e noiosa cittadina di periferia

I giorni succedevano ai giorni e niente accadeva. Come in un fumetto di Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo, la provincia dei morti viventi si svegliava ogni mattina nello stesso identico modo del giorno prima e non riusciva a coglierne le differenze.

Un attento osservatore esterno avrebbe potuto cogliere quelle differenze a causa del cattivo odore emanato dalla putrefazione delle coscienze, ma dall’interno non se ne avvertiva il puzzo crescente a causa del suo incedere lento.

Erano diversi i politici di oggi da quelli di una volta? Lo erano, ma poco. Certo, se si guardava ai politici di cinquant’anni prima, le differenze erano rilevanti. Ma quelli chi li ricordava più?

Anche gli ex parlamentari ancora in attività erano un po’ patetici. Somigliavano ad anziane settantenni in minigonna. Politici che avevano terminato il loro mandato e che adesso sembravano tossici in astinenza, disposti a fare qualsiasi cosa pur di rimanere al di sopra della linea di galleggiamento e non scomparire.

Erano tanti, ma di questi vale la pena citarne solo alcuni a titolo esemplificativo.

Primo fra tutti loro l’ex senatore Peppe Lo Curnonno, ormai centenario, che continuava ogni giorno a presentarsi nella sua segreteria e a ricevere poveracci che ancora si fidavano di lui. A ognuno dedicava una piccola raccomandazione scritta rigorosamente a mano e una telefonata al potente romano fatta rigorosamente con la presa telefonica staccata. Faceva tenerezza e quando non c’erano più questuanti di bocca buona, i suoi parenti di buon cuore gli inviavano figuranti mercenari per non fargli capire che quei tempi erano davvero finiti.

Vi era poi Pippo Zerocognomi. Era stato deputato regionale e nazionale, e non riusciva a darsi pace per il seggio soffiatogli a metà legislatura da Peppe Febbruso. Passava le sue giornate a spiegare ai suoi supporter, che gli davano ragione per un senso di umana pietà, che lui sarebbe ritornato in auge.

Un altro che aveva perso il seggio era il Perillese Pepè Sciorbrutto che era stato sostituito, ormai sembrava in modo definitivo, dal giovane Gagliardetto. Era così incazzato che se l’era presa con il sindaco di Perilli (da lui stesso fatto eleggere qualche anno prima), Giuseppe Spinellata, tentando di sfiduciarlo. Ma, come si sa, “a arbirucarutu accetta accetta”. I suoi avevano quasi tutti preferito Spinellata che almeno un po’ di potere l’aveva conservato.

E ancora Ciccio Turco, politraumatizzato dalla fine del suo periodo d’oro, che passava il suo tempo nel presentare a ogni nuova campagna elettorale un nuovo fantasmagorico mezzo di trasporto (autobus inglesi, camper, trattori, e via discorrendo), nonché nel presentare astruse querele, soprattutto nei confronti del suo collega Venusiano.

Vi erano poi l’on. Amaranto e l’on. Carnitello. Da giovani erano stati, su sponde opposte, gli illusionisti del cambiamento e si ritrovavano adesso, quasi sessantenni e con i primi acciacchi, a tentare disperatamente di corteggiare ancora la politica che di loro non voleva proprio più saperne. Il primo aveva addirittura scritto un libro (prova evidente di incipiente senescenza) e continuava a dire meccanicamente e ripetutamente “sarà bellissima”. Diceva di riferirsi all’isola nel futuro, ma i suoi amici dicevano sottovoce che si riferiva ad un ipotetico quanto improbabile prosieguo della sua attività politica. Il secondo non trovava pace e provava in tutti i modi a risalire la china. Adesso era diventato indipendentista e voleva che la Sicilia lasciasse l’Italia matrigna, rea di non averlo più voluto come deputato. Manteneva sempre la sua regola d’oro: andare a cercare fuori dalla provincia amici che lo potessero garantire pur senza avere alcun seguito locale. Amaranto e Carnitello non riuscivano in nessun modo a digerire che l’eterno nemico, l’on. Videi (unico degli ex che contava ancora), era loro sopravvissuto, malgrado la veneranda età, e continuava a governare, seppure per interposta persona.

A tutti loro, che come è evidente contavano quanto il sette d’oro nella Scala Quaranta, era stata data una scorta molto discreta. Nessuno di loro se ne era mai accorto, ma venivano seguiti e monitorati 24 ore su 24 da una squadra di psichiatri e psicologi esperti, per paura che potessero commettere gesti insani a causa dell’astinenza del potere.

P.S.

Saputo di questo articolo, il responsabile di questa squadra mi ha contattato e mi ha pregato di fare un’opera buona (anzi due) evitando una possibile tragedia.

Voglio accontentarlo. E’ doverosa una citazione degli ex on. Di Bendetto e sen. Millaro. Che non pensino di essere stati dimenticati.