I nubifragi particolarmente violenti sono spesso originati da sistemi convettivi organizzati denominati V-shape, la cui intensità rimane incerta fino all’ultimo

 

Negli ultimi anni l’Italia è stata ripetutamente interessata da fenomeni temporaleschi di forte intensità che hanno causato gravissimi danni e perdite di vite umane. Si contano più di 10 eventi critici dal 2009 fino ad oggi, ad iniziare dal nubifragio di Giampilieri in Sicilia (nel quale persero la vita 36 persone travolte da una colata di fango) fino agli ultimi nubifragi del 2012 che hanno devastato la Toscana, passando naturalmente per i due episodi liguri del 2011 (il nubifragio delle Cinque Terre del 25 Ottobre e quello di Genova del 4 Novembre) che hanno lasciato una traccia indelebile nell’immaginario collettivo.

La stima complessiva dei danni alle infrastrutture è dell’ordine di centinaia di milioni di euro per ciascuno di questi eventi, mentre una rilevante percentuale della popolazione si è trovata esposta a gravi rischi, con un bilancio di oltre 70 morti solo dal 2009 ad oggi.Dal futuro purtroppo ci si aspetta un aumento della frequenza e intensità di questi eventi sul territorio italiano, dovuto alle alterazioni atmosferiche indotte dal cambiamento climatico.

Questo tipo di nubifragi, particolarmente violenti e pericolosi, sono molto spesso originati da sistemi convettivi organizzati denominati V-shape per la loro forma a V deducibile dalle immagini da satellite.

Pur essendo possibile prevedere con qualche giorno d’anticipo le condizioni a grande scala favorevoli all’insorgenza dei sistemi V-shape, il loro corretto posizionamento, la tempistica e l’intensità del fenomeno rimangono incerti fino a fenomeno già in corso. Come si è visto nel recente nubifragio in Costa Azzurra, non è ancora possibile, e forse non lo sarà mai per limiti intrinseci alle dinamiche dell’atmosfera, prevedere con esattezza i dettagli di questi sistemi convettivi. Questo significa che, nella migliore delle ipotesi, è possibile allertare con qualche giorno d’anticipo ampie zone di territorio, ma è solo con il monitoraggio in tempo reale e con il nowcasting che si può correggere il tiro e localizzare puntualmente il fenomeno.

L’esperienza della Liguria negli eventi del 2011 testimonia come una corretta previsione meteorologica, con la relativa e conseguente emissione di un’allerta di massimo livello, non sia bastata per scongiurare diverse vittime, ingenti danni al territorio e comportamenti a rischio da parte della popolazione. La conformazione del territorio ligure e le caratteristiche dei suoi bacini idrografici (piccoli torrenti con tempi di risposta molto brevi) rendono questa regione particolarmente esposta al rischio di flash flood (alluvioni lampo) provocate da sistemi convettivi di tipo V-shape.

Per ridurre la vulnerabilità del territorio rispetto a “eventi estremi” come l’alluvione del Fereggiano, la Liguria, cogliendo l’interdipendenza dei due approcci, ha saggiamente deciso di investire su due versanti diversi: quello tecnico, attraverso il miglioramento della capacità di previsione e della modellistica idrologica, e quello culturale in senso ampio, con la diffusione della consapevolezza del rischio tra i cittadini e con il potenziamento della comunicazione a tutti i livelli del sistema di allertamento.

Gli aspetti tecnici coinvolgono prevalentemente il superamento delle criticità dovute alla differenza tra la scala spazio/temporale tipica della risposta idrologica dei piccoli bacini rispetto alla corrispondente scala dei risultati dei modelli meteorologici, fonte primaria di informazione in ingresso per il modello idrologico.

Per affrontare questa criticità il nostro servizio di Protezione Civile dovrebbe utilizzare un algoritmo fisicamente basato di downscaling del campo di precipitazione che consente una previsione idrologica di tipo probabilistico.

Anche per gli aspetti meteorologici si stanno valutando le potenzialità e la reale efficacia della previsione probabilistica nell’ambito del sistema di allertamento. In Emilia-Romagna si stanno facendo progressi in tal senso grazie all’accoppiamento della modellistica meteorologica di ensemble (sistema Cosmo-Leps) e di quella idrologico-idraulica, applicata ai bacini dell’Emilia Romagna. Analoghe esperienze si stanno sviluppando in altri Centri Funzionali (per esempio, in Piemonte). E l’incertezza previsionale, in generale, è una questione ancora aperta: da una parte esiste l’esigenza del cittadino e degli amministratori di avere per quanto possibile un’informazione meteo-idrologica corretta e circoscritta nello spazio e nel tempo, dall’altra esiste la consapevolezza dell’incertezza delle informazioni previsionali, sia intrinseca nei fenomeni atmosferici, che legata ai limiti modellistici e osservativi.

Sul piano comunicativo bisognerebbe sollecitare la discussione sui temi della cultura del rischio meteo-idrologico, della responsabilità e dei ruoli di cittadini e istituzioni, della comunicazione in emergenza e della gestione della probabilità/incertezza nelle previsioni del tempo.

Le iniziative a scala regionale sono estremamente positive e degne di plauso. Ma non si deve dimenticare che il sistema di allertamento è una struttura nazionale con ramificazioni sul territorio, la rete dei Centri funzionali, e che la gestione dell’intero sistema passa attraverso la condivisione delle informazioni e delle procedure che sono indirizzate e coordinate dal Centro funzionale centrale presso il Dipartimento della protezione civile. Perché la Protezione civile nazionale possa assolvere al meglio questo compito di armonizzazione dei contributi locali (dove presenti, in alcune realtà ha anche il ruolo di sostituire gli assenti) è più che mai necessario ridurre la “disomogeneità orizzontale” tra le strutture locali rispetto ai codici scelti nel trasferimento delle informazioni, all’utilizzo e la validazione dei dati, alle catene modellistiche utilizzate, alla tempistica di emissione dei vari messaggi, alla traduzione in scenari di rischio e alle procedure di allertamento.

La stessa esigenza di pianificazione coordinata a livello nazionale si avverte anche per il miglioramento della comunicazione dell’allerta, tra gli enti e soprattutto verso la popolazione, e per la diffusione di una “cultura del rischio” che renda l’intero sistema, compresi i cittadini, preparato a reagire correttamente agli eventi meteo-idrologici estremi, purtroppo sempre più frequenti nel nostro paese.

La preparazione dei cittadini passa necessariamente dalla conoscenza dei rischi e delle norme di auto protezione e dalla capacità di decodificare i messaggi di allerta (e su questo c’è molto da lavorare per permettere ai cittadini di comprendere). Questa è sicuramente la forma di intervento più pratica e concreta, ma non si dovrebbe rinunciare a diffondere un po’ di cultura di base sulla prevedibilità dei fenomeni meteorologici e sulle nozioni di probabilità e incertezza, con cui si ha sempre a che fare quando ci si confronta con i rischi e con la meteorologia.

L’istituzione scolastica appare il luogo privilegiato in cui proporre un percorso educativo a lungo termine che abbia qualche possibilità di radicarsi stabilmente nella società, ma non si può trascurare l’investimento più a breve termine sull’utilizzo ottimale del web e dei social network e l’impiego efficace di tutti i canali e gli strumenti che possano raggiungere la popolazione di qualsiasi età e livello socio-culturale (mass media, incontri pubblici, eventi speciali, materiale divulgativo).

L’obiettivo del presente e del prossimo futuro è migliorare (nei limiti del possibile) le procedure a monte del sistema di allertamento, come le previsioni meteorologiche e idrologiche e il monitoraggio degli eventi che sono già “anelli forti” della catena, ma anche e soprattutto colmare quell’ultimo miglio della comunicazione del rischio che, come si è verificato in casi recenti, può pregiudicare il “pieno successo” del sistema di allertamento in termini di salvaguardia di vite umane e che al momento rappresenta l’anello più debole di questa catena.