Da una discreta selezione di personaggi (fra protagonisti, comparse, controfigure e stacca-biglietti) della politica siciliana passata e presente nasce Sicilia Futura, ennesimo esempio dell’eterno trasformismo italico che nell’isola di trinacria ha sempre trovato terreno fertile per laboratori sperimentali e fior di sautafòssi all’altezza del compito.

 Per dirla coi versi iniziali di “Futura” di Lucio Dalla: “Chissà, chissà domani/su che cosa metteremo le mani…”, i vertici di Sicilia Futura non hanno alcuna incertezza su che cosa mettere le mani, i piedi e tanto per cominciare le natiche di varia foggia, consistenza e circonferenza.

Lo sanno bene quelli di Sicilia Democratica per le Riforme e del PDR sigla che, in base a una fonte riservata, starebbe per Patto dei Democratici per le Riforme. I quali hanno deciso di federarsi e financo foderarsi fra di loro, in un tripudio riformista all’insegna del rinnovamento più estremo e dello svecchiamento all’ennesima potenza.

Al punto d’avere già indicato come presidente onorario della nuova allegra cumàcca Salvatore Cardinale da Mussomeli, democristiano ca’ scòccia sin dai magnifici anni 70. Il quale, come tanti altri amici e colleghi di un tempo, ha continuato la carriera politica nelle varie formazioni susseguitesi dopo la fine della Dc, ossia Ccd, Udr, Udeur, Ppi, Dl: acronimi che persino emeriti esegeti e studiosi di ermeneutica non sono mai riusciti a scoprire quale cazzo fosse il loro significato. Cardinale ha fatto in tempo a cazzuliàre anche nella Margherita spampinata poco prima della nascita del Partito democratico, nel quale è entrato portando con sé la figlia Daniela. A lei l’affettuoso genitore nel 2008 lasciò il compito di sostituirlo alla Camera dei deputati, dove lui aveva dimorato alla grande dal 1987 per 5 legislature. Il generoso Pd siciliano, con la benedizione di quello nazionale, acconsentì al passaggio di testimone nel collegio elettorale di famiglia, e la figlia d’arte Daniela Cardinale nel 2013 è stata rieletta per il secondo giro di giostra a Montecitorio.

Forse sono storie belle, istruttive e di altissimo profilo come questa che inducono a volare alto il dottor Jekill-Paolo Reale (valido avvocato apprezzato altresì per alcune iniziative d’impegno sociale e culturale) allorché si trasforma nel politico mister Hyde-Reale Paolo. Egli nella neonata ma già smaliziatissima Sicilia Futura potrà riformare a più non posso oltre che con Salvatore Cardinale detto Totò, anche coi deputati regionali Salvatore Cascio detto Totò e Salvatore Lentini detto Totò, nonché col segretario regionale del PDR Cardinalizio (e pertanto Totò ad honorem) Michele Cimino, che è solo omonimo del regista americano premio oscar, ma in compenso è cugino del dirigente regionale Giglione.

Cimino ex berlusconiano, ex Grande Sud con Micciché e Titti Bufardeci, ex Voce siciliana (gruppo di cui solo lui, un usciere e un giornalista conoscevano l’esistenza) quando per un po’ di tempo fu assessore regionale al Bilancio pensò bene di nominare suo capo di gabinetto il cugino. Purtroppo non è riuscito a tenerlo con sé. Tant’è che Salvatore Giglione, clamorosamente detto non Totò ma Rino, è diventato dirigente generale dell’assessorato regionale ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana.

Una crisi d’identità sembrerebbe da quel momento aver pervaso il Giglione, che a volte si cassarìa tra le scartoffie. Ad esempio, di recente, ha inavvertitamente revocato una delibera di qualche anno fa del Consiglio comunale di Siracusa: la cosiddetta “variante della bellezza”, ovvero delle modifiche al piano regolatore generale per mettere al riparo dal rischio cementificazione alcune zone di pregio paesaggistico come la cosiddetta Pillirina. La verità è che una persona come il dottor Giglione non può perdere tempo a cercare l’identità siciliana. Diciamolo! Perché, ci chiediamo, non è stata ancora offerta la carica di presidente del comitato scientifico di Sicilia Democratica per le Riforme a Salvatore Giglione detto Totò e non più Rino?

Quella sì che sarebbe una bella azione sbréchis, riformista e, mentre che ci siamo, pure moderata. Ma sì, fate vedere che abbondiamo, abbundandis in abbundandum – direbbe il Totò Antonio De Curtis ai Totò di Sicilia Futura-Passata e Presente. Che, in un comunicato stampa hanno affermato chiaro e tondo, testuale, che la “Federazione (fra Sicilia Democratica per le Riforme e Patto dei Democratici per le Riforme) rappresenta uno strumento politico che tende ad aggregare un’ampia rappresentanza dell’area moderata e che guarda a Matteo Renzi come punto di riferimento politico nazionale e a Davide Faraone come leader e punto di riferimento regionale”.

Secondo il coordinatore provinciale di Sicilia Democratica ecc. ecc. Salvatore Sorbello (detto Bubu e non Totò), lui e Paolo Reale non possono guardare come punto di riferimento a Siracusa al renziano sindaco Giancarlo Garrozzo, in quanto entrambi affetti dal cosiddetto “strabismo di Venere”: col rischio di prendere le proverbiali lucciole per lanterne o lampiùna pì cugghiùna che dir si voglia.