Tutti incollati da un negozio all’altro La fashion week, ovvero la bella società abbruttita

 

All’inizio di ottobre succede qualcosa di molto importante, qualcosa di basilare per il vostro prossimo futuro: la fashion weekvi detta i codici delle tendenze primavera-estate. Presumendo che nessuno dei lettori de La Civetta sia così banale da pensare, alle soglie dell’inverno, a quale tipo di stivali da pioggia comprare o se sia o meno il caso di sostituire il giubbotto con piume d’oca; presumendo che tutti voi vi stiate già proiettando verso le miti temperature primaverili e stiate già pensando a quale costume acquistare per le prossime vacanze estive; presumendo, infine, che la maggior parte di voi segua, volente o nolente, le tendenze modaiole; il promemoria di questa notizia non vi lascerà affatto di stucco.

È, piuttosto, la fauna composita che popola quest’evento, ripetuto più volte l’anno nelle varie “capitali della moda”, che  merita di essere esaminata; e Parigi è un ottimo punto di osservazione, a questo scopo.

La Ville Lumière, dopo un sospiro di sollievo per essersi svuotata delle caotiche orde dei turisti di agosto, è di nuovo invasa; stavolta, niente più asiatici muniti di ombrellini e borracce, nessun tedesco con il sandalo e il calzino, alcuno statunitense in shorts e cappellino a visiera. Le vie del centro si popolano di modaioli o aspiranti tali, top model o aspiranti tali, fashion followers o … niente, i fashion followers sono sempre tali.

La maggior parte di loro transita da un negozio all’altro con tre scopi fondamentali:

1. elargire commenti critici sulla collezione in corso (in ritardo rispetto alle tempistiche della moda: la collezione in corso – lo ricordiamo – è stata già valutata lo scorso inverno), commenti del tipo “Bella scarpa, ma è molto tecnica” (aggettivo in attesa di valutazione: è dubbio se si riferisca alla manifattura e ai materiali utilizzati; al suo costo e alle capacità di risparmio necessarie per acquistarla; all’ostentazione di una sbalorditiva conoscenza precorritrice delle tendenze moda del 2020);

2. mostrare le ultime tendenze in fatto di fashionism: insomma, a Parigi tornano i calzini con i sandali, ma, stavolta, sono alla moda perché apparsi sulle passerelle (con grande gioia dei tedeschi) e i look total-black, combinaison monocroma di colori fluo, hipster con camicia a quadretti, patchwork (quello di plaid e coperte, sì), borse e scarpe con simil-pelo di lama, eccetera;

3. dimostrare che non stanno smaniando pur di partecipare a uno dei party assolutamente élitari che si tengono, proprio quella settimana, dopo i defilé. Solo nella capitale francese, dal 30 settembre all’8 ottobre di quest’anno, ci sono stati, in media, tre eventi a sera, con altrettanti dress-code indicati: smoking per il party Marc Jacobs, pantaloni colorati per quello di Valentino, vestito paillettato e stick per i selfie per l’after-party Balmain.

Superfluo specificare che per accedere a tali festicciole, a meno che non siate Carla Bruni o Cara Delvigne, è necessario che il vostro nome compaia sulla guest-list. Altrimenti, nisba. Altrimenti, in parole povere, nutrirete la schiera dei reietti da fashion week che calcano le vie di Parigi – e Milano, e Londra, e New York – per respirare l’aria di novità (di collezione) che aleggia.