In oltre un decennio di esercizio, la cava mise in pericolo l’integrità della grotta non solo per l’uso incontrollato di esplosivi ma anche per la continua e progressiva asportazione di materiale calcareo

 

La Civetta di Minerva, 23 marzo 2019

Ecosistema fragile, vulnerabile, ricco di concrezioni e di animali cavernicoli, tale da motivare nel 1998 l’istituzione di una riserva naturale. È la Grotta Monello, scoperta nel 1948 dal proprietario Sebastiano Monello, venduta nel 1959 al comandante Perotti e nel 1981 alla Provincia regionale di Siracusa, attuale proprietaria. A causa della soprastante cava di pietra (in siciliano pirrera), denominata “Granulati Cavasecca” e regolarmente autorizzata dal Distretto minerario di Catania, la Grotta Monello, ancor prima di diventare riserva naturale, ha subito danni irreversibili e ha corso il rischio di venire distrutta. Non avere uno strumento di pianificazione del territorio con visione complessiva e lungimirante, ha comportato anche queste perdite e questi danni al patrimonio.

Per salvare la Grotta Monello fu determinante l’intervento dell’avvocato Salvatore Baglieri, consulente ambientalista dell’ente provincia, e del professore Concetto Amore, geologo dell’Università di Catania. Alla Granulati Cavasecca si contestava l’uso di esplosivo per abbattere ed estrarre il materiale. Le continue e normali volate di mine provocavano vibrazioni tali da distaccare, fratturare e lesionare la massa rocciosa e le numerose concrezioni della grotta. L’avvocato Baglieri, nella qualità di presidente del WWF di Siracusa, in data 23/09/1987 presentò un esposto per segnalare gli inconvenienti derivanti dalla cava e per richiedere l’adozione di provvedimenti “atti a scongiurare il benché minimo rischio”. La richiesta fu reiterata il 10/10/1987. In via cautelativa il Distretto minerario dispose la sospensione dell’uso degli esplosivi.

Nel corso del sopralluogo eseguito nella grotta il 24/09/1987 dai rappresentanti del Distretto minerario, della Soprintendenza di Siracusa e della Granulati Cavasecca, fu verbalizzato che nella grotta non avevano notato “fratture e lesioni per cui non si può dire che fino ad oggi l’impiego degli esplosivi ha recato danni del genere”. Probabilmente entrarono con gli occhiali da sole o soggetti ipovedenti.

Per dimostrare i problemi che causava la cava di pietra, nel 1986 il geologo Concetto Amore venne incaricato dall’ente provincia di avviare una indagine sismografica. Le misurazioni durarono fino al 1987, e furono fatte in maniera annunciata e concordata con la Granulati Cavasecca, ma anche all’insaputa degli esercenti della cava. Dalle misurazioni, emerse che la potenza delle volate annunciate era di gran lunga più bassa rispetto a quella registrata senza darne preventiva comunicazione. Quando i responsabili della cava non sapevano di essere monitorati, le volate di esplosivo erano 8 volte superiori a quella suggerita e prescritta dal Distretto minerario.

In oltre un decennio di esercizio, la cava mise in pericolo l’integrità della Grotta Monello non solo per l’uso incontrollato di esplosivi, ma anche per la continua e progressiva asportazione di materiale calcareo, che modificava profondamente la circolazione idrica sotterranea, fattore primo del mantenimento in vita delle concrezioni. Più la cava veniva sfruttata, più si riduceva il diaframma tra il fronte della cava stessa e la parete terminale della grotta; nel 1987 si ridusse a soli 50 metri. Avevano asportato più di 1 milione di metri cubi di pietra, e ridotto lo spessore della roccia calcarea di 60-40 m circa. Come se non bastasse, l’estrazione della roccia aveva provocato il taglio, l’interruzione, la deviazione e l’annullamento del deflusso delle acque sotterranee verso la grotta, con conseguenti modificazioni nella grotta dell’umidità e dell’ossigeno, parametri fondamentali per la conservazione delle biocenosi. Le onde sismiche prodotte dalle esplosioni allargavano le fratture e ne restringevano altre, alterando la circolazione idrica sotterranea, e di conseguenza provocando l’arresto o la modificazione dei processi di sedimentazione del carbonato di calcio.

Dallo studio del prof. Amore la Granulati Cavasecca ne uscì a pezzi. Poiché il Distretto minerario prescrisse alla cava il divieto di espandersi in direzione NE, e pesanti limitazioni nell’uso dell’esplosivo, l’esercizio divenne antieconomico, e la cava fu abbandonata tal quale, senza avviare alcun piano di recupero ambientale, e senza mai suscitare la reazione del Distretto minerario che avrebbe dovuto esercitare la propria autorità nel pretendere la bonifica, cosa che, se dobbiamo dirla tutta, non ha mai fatto per nessun’altra cava dismessa.

Questi i danni appurati fino al 1987. Ma la storia della Granulati Cavasecca non finisce qui. C’è il finale a sorpresa. A seguito dell’alluvione del settembre 2007, nell’adiacente Vallone Moscasanti, anch’esso parte dello stesso sistema carsico, quindi della riserva naturale, il sottobosco venne spazzato via, rendendo visibile ciò che per anni era stato occultato dalla vegetazione. Sul lato idrografico sinistro del vallone, confinante col lato sud della cava, comparvero improvvisamente una abusiva pista sterrata che collegava la pirrera al fondovalle (una sorta di strada di servizio percorribile con automezzi), e una discarica composta da inerti, pneumatici, materiali ferrosi, fusti e altro. La Granulati Cavasecca non aveva mai smaltito legalmente gli scarti di lavorazione e i rifiuti prodotti, ma li aveva allegramente e gratuitamente sversati nel vallone.