Ancora una bocciatura dell’OCSE e il ministro propone le “minestre riscaldate” del secolo scorso: l’introduzione dell’educazione civica come materia a sé stante, declinata in segmenti

 

La Civetta di Minerva, 9 marzo 2019

L'Ocse (Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel report “Education at a glance 2018” che ha indagato i diversi aspetti dei sistemi formativi dei Paesi più evoluti dal punto di vista economico, esprime un giudizio non positivo sulla scuola italiana. Mentre le altre nazioni puntano sull'accrescimento del livello di istruzione dei singoli cittadini, il nostro Paese resta indietro e non tiene ii ritmo dei sistemi scolastici e universitari dei Paesi più industrializzati e di quelli in via di sviluppo. In questo contesto il governo annuncia in pompa magna un disegno di legge sull’educazione civica, che dovrebbe far diventare obbligatoria dalla scuola dell’infanzia al diploma, l’educazione civica come disciplina a sè stante. Questa disciplina, secondo le parole del Ministro, sarà a sua volta suddivisa nelle seguenti “materie”: educazione alla legalità, educazione alla cittadinanza digitale, educazione all'ambiente e chi più ne ha più ne metta. Mentre sarebbe opportuno che qualcuno ricordasse al Ministro che nelle Indicazioni e nelle Linee Guida di entrambi i cicli esiste già l’acquisizione della competenza “Cittadinanza e Costituzione” e che quindi basterebbe vigilare che nelle scuole si applicassero le norme esistenti, di maggiore efficacia sarebbe osservare che l’educazione civica si declina quotidianamente nelle modalità di gestione della scuola, nei rapporti con gli utenti e con una attenzione adeguata alla modalità di erogazione del servizio scolastico, sostenendolo ed evitando le derive dell’odio razziale propagandate attraverso i media da molti esponenti governativi. Continuare a aggiungere materie i cui contorni sono sempre meno chiari non fa altro che rendere sempre più bulimica la scuola italiana che, in quanto a aggiunte al curricolo, non si è fatta mancare niente.

Sulla scuola il governo sperimenta nuove formule (cervellotiche) per l’esame di maturità e si avvia a approvare le proposte di Veneto e Lombardia per una scuola “regionalizzata” che ne determineranno lo snaturamento costituzionale. Nel summenzionato report, nonostante il giudizio di merito sia negativo, il nostro sistema di istruzione viene ritenuto tra i più equi al mondo visto che 71 ragazzi su cento con genitori non laureati proseguono gli studi all'università dopo il diploma, contro una media Ocse del 47%; di contro, giudica ancora troppo basso il livello di istruzione dei 25-64enni italiani.

È utile espungere dal report alcuni dati: il 4% dei giovani ha una laurea triennale, contro il 17% dei Paesi Ocse mentre i laureati “quinquiennali” sono il 18,7% contro il 33%. Nel 2017, solo il 27% di giovani (25-34 anni) è in possesso di laurea, contro una media Ocse del 44%. C'è poi un preoccupante 34% di giovani, di età compresa tra 25 e 29 anni, che non ha un lavoro e neanche lo cerca, non studia e non frequenta corsi di formazione. Molto dipende anche da quantosi investe nell'istruzione e con i recenti tagli non sembra si voglia invertire il trend.

L'Italia spende mediamente il 28% in meno dei Paesi Ocsee ancor meno se si ci raffronta in percentuale al Pil. Una spesa sempre più limata che si ripercuote in particolare sugli studenti universitari: in Italia pagano ancora molto e ricevono poco. Basta fare un esempio: uno studente italiano paga in tasse mediamente 1.647 dollari (equivalenti) a testa e soltanto il 20% riceve un supporto economico sotto forma di borsa di studio oppure di altro. In altri paesi la situazione è molto diversa; in Finlandia, per esempio, non esistono tasse universitarie e il 55% degli studenti riceve un sussidio; inoltre, in tutti i paesi quando si mette mano al sistema di istruzione lo si fa in maniera organica e con sperimentazioni limitate e verificate, da noi ogni nuovo governo impapocchia modifiche che spaccia per riforme epocali e “incasina” sempre più la situazione. Sempre in Finlandia, ad esempio, è stato varato nel 2016 il nuovo curricolo che prevede l’introduzione di moduli multidisciplinari, ma soprattutto il raggiungimento di competenze trasversali (pensare e imparare ad imparare, competenza culturale, interazione ed espressione di sé, saper prendersi cura di sé e saper gestire la propria vita quotidiana, etc) ma non ancora completamente attuato perché è sottoposto a verifiche e a monitoraggi continui, nella consapevolezza che il sistema di istruzione se non funziona, non funzionerà l’intero paese. 

La riforma dei curricoli è una delle grandi necessità della scuola italiana, ma si potrà mettere mano seriamente solo quando sarà consapevolezza comune che occorre abbandonare definitivamente il modello utilizzato finora, che vede la giustapposizione di un numero crescente di singole discipline, che al loro stesso interno vanno dilatandosi: una bulimia che porta alla morte dei saperi.Per capire la prospettiva su cui incanalarsi basterebbe guardare alle trasformazioni avvenute nell’attività scientifica, con il crollo di quei riferimenti e di quelle categorie di classificazione che fino a poco tempo fa la organizzavano e la descrivevano. I grandi settori dell’innovazione scientifica si situano in un punto di intersezione fra più spazi disciplinari, che vedono così cadere le loro frontiere tradizionali. Le scienze e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che si sviluppano non solo entro il loro campo specifico, ma anche in combinazione con le scienze umane e sociali, le scienze biologiche, le scienze cognitive o le nanoscienze, indicano molto bene questa trandisciplinarità. In qualche istituto scolastico più avanzato si registrano tentativi di superamento dell’apprendimento per singole separate discipline, ciò sta avvenendo con la metodologia del Project Based Learning.

Da lì bisogna partire, approfondire e sperimentare, ma il livello del dibattito politico non lascia presagire nulla di buono per il prossimo futuro. Finora i vari governi che si sono succeduti nel tempo hanno avuto la presunzione di “inventarsi” ognuno una riforma ad hoc e per ultimo, il ministro Bussetti ci ha fatto sapere che, anche lui, dall’alto della sua esperienza (?), ha in programma “grandi cose”; da quello che stiamo vedendo si stanno preparando tempi bui anche in questo settore.