Sarebbe bello confrontarci su Siracusa che si prende cura di Siracusa. Occorre un regolamento che, rappresentando una cornice normativa certa e condivisa, aiuti l’amministrazione e i cittadini a collaborare

 

 

La Civetta di Minerva, 9 marzo 2019

Un giorno qualsiasi di un mese qualsiasi. Un’aiola invasa dalle erbacce; un pensionato la ripulisce. Un parco trascurato: gli abitanti del quartiere tagliano l’erba e portano via i rifiuti. Un vecchio caseggiato comunale abbandonato: un’associazione lo rimette in sesto e vi svolge delle attività. Centinaia di iniziative semplici e più complesse, silenziose, in contesti diversi e diverse nel contenuto e negli attori, ma tutte caratterizzate dall’accordo Comune/cittadini, in un quadro di regole chiare e condivise, si realizzano ogni giorno, da cinque anni, in 300 comuni italiani - ed ogni giorno qualche altro comune si aggiunge alla lista.

Un fantasma s’aggira per l’Italia… È la cittadinanza attiva. È qualcosa di più della semplice partecipazione democratica, che può risolversi nell’esercizio del diritto di voto e nel contributo ai processi decisionali, per quanto previsto dalla legge; cittadinanza attiva significa qualcosa di più, vuol dire mettere in atto, in vari modi, interventi concreti, azioni pratiche orientate al vantaggio della comunità. Significa, fra l’altro, esercitare il diritto/dovere di prendersi cura (vi ricordate il motto “I care” di don Milani?) del primo, il più prossimo dei beni comuni: lo spazio che insieme abitiamo, quello all’interno del quale tessiamo i rapporti e maturiamo le esperienze che ci fanno crescere come persone. È lo spazio di relazione e formazione per eccellenza.

Qui, nella complessità dei problemi che affliggono il governo di tutte le nostre città, l’intervento pubblico, anche quando è efficiente e dotato di risorse importanti, lascia sempre indietro un residuo di non fatto, di non utilizzato né curato, che degrada e avvilisce il contesto urbano. Spesso si tratta di spazi o immobili che, al di là del loro intrinseco valore storico o estetico, hanno comunque – o possono acquistare - un valore per la qualità della vita delle comunità all’interno delle quali si trovano. Gli interventi di volontariato, le iniziative tipo “Adotta un monumento” o “Puliamo il mare”, ci sono da tempo, ed hanno largamente contribuito a diffondere l’assunzione di responsabilità dei singoli cittadini nei confronti del patrimonio culturale o dell’ambiente.

Ma nel 2014 nel Comune di Bologna, dopo un lungo percorso di confronto con associazioni e cittadini, si compie un salto di qualità: un balzo in avanti che cambia profondamente il rapporto fra amministrazione e cittadini, e la cui esperienza, da allora, si è moltiplicata in tutta Italia.

I punti di partenza sono due: da un lato, la riflessione sul concetto di bene comune che già dal 2007 è stata portata avanti, sul piano della formulazione giuridica, dalla Commissione Rodotà; dall’altro, il principio di sussidiarietà orizzontale, introdotto dall’art. 118 della Costituzione, che recita: "Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà". Il che significa, in soldoni, che le amministrazioni locali debbono (non “possono” o “cercano di”) collaborare con i cittadini e/o le associazioni, su di un piano di parità, per la realizzazione di iniziative, proposte dai cittadini, volte all’interesse della comunità.

Come tradurre in pratica questo principio, nella vita quotidiana? Come innestarlo nella problematicità di un quadro in cui alla complessità e all’urgenza delle necessità si congiunge, ormai quasi sempre, la carenza di risorse pubbliche?

La risposta è improntata al più semplice buon senso: facendo un regolamento che, rappresentando una cornice normativa certa e condivisa, aiuti comune e cittadini a collaborare. Esso fissa anzitutto i criteri per individuare quali sono i beni comuni in stato di abbandono; e poi consente di tradurre le singole iniziative di volontariato in puntuali “patti di collaborazione” (non “concessioni”, non “autorizzazioni” e tanto meno “convenzioni”), in cui cittadini e amministrazione, condividendo un progetto di rigenerazione urbana, si dividono i compiti secondo le rispettive possibilità.

C’è uno spazio pubblico abbandonato e un gruppo di abitanti del quartiere disposto a ripulirlo e sistemarlo per l’uso di tutti? Bene: gli abitanti mettono a disposizione un po’ del loro tempo e della loro fatica, e il Comune mette a disposizione decespugliatori e carriole.

Tutto nero su bianco, con un patto formale sottoscritto da ambo le parti, con l’indicazione dei tempi entro cui il progetto si svolge e la previsione esplicita della non-esclusività: vale a dire che altri soggetti potranno aggiungersi a quel patto o proporre altre iniziative concorrenti, e che in ogni caso lo spazio resterà fruibile dalla comunità.

Nessuno scopo di lucro. Nessuno ci guadagna, materialmente, un bel niente. Però: a intervento concluso, c’è un giardino dove prima c’erano i topi e le erbacce, ci si può giocare, passeggiare e tutti hanno cura di mantenere pulito; lavorando insieme e discutendo sul da farsi, molti abitanti del quartiere si sono conosciuti, hanno scoperto il piacere di lavorare insieme, così nel quartiere c’è una nuova socialità; ci si confronta con il Comune con uno spirito più costruttivo e nel complesso tutti, cittadini e amministratori, hanno acquistato fiducia in ciò che possono fare insieme.

Davvero nessuno ci ha guadagnato niente?

Scrive un giurista, Gregorio Arena, che i beni comuni sono quei beni che “se arricchiti arricchiscono tutti, se impoveriti impoveriscono tutti”.

A Milano, il 14 marzo, si incontreranno, in un grande convegno dal titolo “L’Italia che si prende cura dell’Italia” tutti i soggetti che in vari modi e ambiti, si prendono cura dei beni comuni: il territorio, gli spazi urbani, i beni culturali, le tradizioni, l’ambiente.

Sarebbe bello, il prossimo anno in primavera, incontrarci all’Urban Center per parlare di Siracusa che si prende cura di Siracusa.