InCumeddia siracusana” in siciliano parlato, anzi parlatissimo, l’autore - già carabiniere, artista poliedrico, benefattore, cultore delle antiche memorie, ripercorre storie e luoghi

 

La Civetta di Minerva, 26 gennaio 2019

Il siracusano che si trovasse a passare per la via Agostino Scilla, all’altezza del civico 29 troverebbe un’associazione culturale del tutto sui generis, ovvero il Cenacolo della siracusanità, un luogo del tutto scevro di intellettualismi, dove non sono necessarie tessere o bandiere di qualsivoglia colore ma il desiderio di incontrarsi e parlare di tutto e di niente. Anima ne è Antonio Randazzo, “una vita per fare, vivere volendo e dire facendo”, secondo le sue stesse parole: figlio di Ortigia, “ ‘u scogghiu” di Siracusa, carabiniere in pensione (tra l’altro ha ricevuto varie benemerenze come quella di “Angelo del fango” in occasione del servizio prestato durante l’alluvione di Firenze del 1966), artista del legno (notevoli le sue sculture, che sarebbe disposto a donare al Comune di Siracusa qualora trovassero degna collocazione; ricordiamo i suoi lavori per la Parrocchia di Bosco Minniti di Siracusa, tanto per citarne alcuni), gestisce un sito documentatissimo, imprescindibile per chi desideri immergersi nelle memorie siracusane, nella storia e archeologia del nostro territorio, nelle nostre radici etniche e antropologiche: www.antoniorandazzo.it è una miniera di testi immagini curiosità.

Insieme ad Ermanno Adorno si è fatto promotore di una lodevole iniziativa per il recupero della lapide commemorativa del sisma del 1693 e datata 1696, sita in via Cavour; le sue opere editoriali non hanno mai fine di lucro ma il ricavato della loro vendita viene sempre destinato a fini benefici, come nel caso di “Cumeddia siracusana – I cunti ro nannu”, presentato nell’ottobre scorso presso l’Urban center (ci ripromettiamo di dedicare un pezzo anche alla meritoria traduzione del saggio di Hans-Peter Drögemuller “Siracusa – Storia e topografia di una città greca”).

Tornando a “Cumeddia siracusana”, scritto in un siciliano parlato, parlatissimo, riprodotto il più possibile foneticamente, Randazzo si lascia andare alle memorie personali e familiari, alla nostalgia per una Siracusa d’antan, più povera materialmente ma forse più ricca umanamente e culturalmente in senso lato: alla perdita del senso del tempo e delle sue stratificazioni, tipica delle generazioni “liquide”, diremmo con Bauman, che non sanno collocare diacronicamente la propria presenza, il proprio stare, ri-manere in un luogo così denso di cultura e Storia oltre che di storie (quelle dei singoli individui, delle corporazioni, delle classi sociali…) come Siracusa, Randazzo oppone il suo personale esercizio di memoria.

Così sfilano davanti ai nostri occhi le ferite della Siracusa bombardata durante l’ultima guerra, Ortigia e i suoi rioni, la via Gargallo con i suoi cuttigghi e le sue putìe, il salotto buono della città, il porto, le trattorie e i caffè – con le loro connotazioni sociali, il dialetto a contrappuntare la lingua, i colori i profumi i sapori, la musica e i balli, le feste di quartiere, la fede popolare vissuta tra processioni, messe e culto delle cone

I fatti di cronaca e le partite del Siracusa si mescolano ai coriandoli del “festivallu”, alle tragedie dell’INDA, alle corse del circuito, agli stabilimenti balneari, al miracolo del 1953 e a quello economico che sconvolse il sistema produttivo e urbanistico oltre che l’intero tessuto culturale e sociale della città, alle notazioni sapide su moralità e valori.

Non mancano i riferimenti all’antico passato di Siracusa, costantemente raffrontato al presente che ha spesso tradito la grandezza delle memorie.

“’U nannu” Randazzo narra i suoi “cunti” alle nuove generazioni, immemori e smemorate, rievocando, rammentando, ricucendo gli strappi nella tela del tempo: “Purtroppu a Sarausa, ma nun sulu, ni manca ‘a memoria, o na ma scuddatu ‘u passatu”.

Il volume si chiude con un utile glossario siracusano: giorno 17 gennaio è stata celebrata la Giornata nazionale del dialetto e ci sembra doveroso divulgare storie e opere che valorizzino le nostre radici anche linguistiche.