L’ultimo battito d’ali della Civetta Bohémienne, rubrica della nostra corrispondente dalla Ville Lumière. “Una città – scrive - in cui lascio il cuore e nella quale mi sento a casa. E, a volte, da casa, si deve andar via”

 

La Civetta di Minerva, 24 giugno 2016

Ho riflettuto a lungo su quale fosse il mese migliore per lasciare Parigi.

Settembre, periodo magico nel quale la città si tinge di toni caldi, i marroniers cominciano a perdere le foglie e un’elettrizzante clima di rentrée, di nuovi inizi, si installa? Dicembre, con l’atmosfera natalizia che si insinua, a poco a poco, nelle vie della città, sotto forma di luccichii e addobbi? Maggio, mese di rinascita, con le giornate che si allungano, i lunghi tramonti tiepidi e i primi sandali ai piedi (fino al contrordine di improvvisi acquazzoni)?

Ho optato, infine, per l’estate. Perché è meno triste lasciare un’afosa Parigi, con la prospettiva del mare siciliano.

Finisce così, dopo due anni, l’avventura della Civetta Bohémienne nella Ville Lumière.

Au revoir, la metropolitana affollata che serpeggia nel sottosuolo della città, con le battute d’arresto ad ogni fermata e i diversi odori (o puzze: non disserteremo su questo) tipici di ogni stazione.

Au revoir, turisti che camminano a passo spedito, una Reflex al collo; colletti bianchi che camminano a passo spedito, una ventiquattrore in mano; studenti che scivolano sui marciapiedi a bordo della loro trottinette (il monopattino). Au revoir a tutte queste corse che terminano con uno sguardo estasiato, non appena si volgono gli occhi alle meraviglie che si profilano in ogni strada, in ogni angolo.

Au revoir, monumenti, facciate haussmanniane, Tour Eiffel, Notre Dame, Opéra Garnier e tutte le altre bellezze, davvero troppe per enumerarle.

Au revoir, atmosfera magica, di interconnessione tra culture, di coesistenza tra nazionalità. Anche se il ricordo degli attentati è ancora troppo vivo, anche se le ferite bruciano e la diffidenza opacizza gli sguardi, Parigi resta sempre – è il nostro augurio e il nostro auspicio – una grande capitale della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza.

Au revoir, sopracciglia inarcate e occhiate compassionevoli di fronte ai tentativi dei non francofoni di imitare la erre moscia e la enne nasale; au revoir alle risate schiette per una vocale troppo aperta («On dirait que t’es de Marseille». No, non sono marsigliese, caro altezzoso parigino, ma di una costa ancora più a Sud).

Au revoir, contratto a tempo indeterminato e chissà se la vita (in Sicilia, in Italia) riserverà mai un secondo brivido d’ebbrezza per la firma di un’altra rassicurante tutela di questo tipo.

Au revoir alla città che mi ha rubato il cuore, che mi chiamava, da lontano, con il suo canto da sirena (che, alle mie orecchie, suonava bizzarramente con la voce di Edith Piaf) e che mi ha accolto con amore, instillandomi un onnipresente sorriso, durante questi mesi.

Parigi è una città bella come tante altre, forse più o forse meno di tante altre. Una città in cui lascio il cuore e nella quale mi sento a casa. E, a volte, da casa, si deve andare via.