Rimasi bloccato. Le gambe mi tremarono. Ebbi paura, temetti l’esplosione. Accanto al mio impianto ce n’era un altro, il Lindino, che produceva ossigeno puro al 99,5%...

 

Nona puntata

La Civetta di Minerva, 27 maggio 2016

Ero giunto al reparto, dove svolgevo il mio lavoro di turnista in quel periodo di addestramento. Per me era bello lavorarci, soprattutto per ciò che si produceva. Essendo giovane il lavoro in turno non mi pesava. Il mio compito era di fare il jolly, dato il mio essere in addestramento da perito chimico industriale, per poi ricoprire il ruolo di responsabile in turno di una squadra. Avevo tanti occhi, specialmente degli altri responsabili in turno, puntati su di me. Da unico perito chimico nel reparto molti praticoni stavano a vedere le mie mosse. Bastava una mia parola o mossa sbagliata per far valere la loro praticoneria e umiliarmi.

Conoscevo il funzionamento dell’impianto già esaminato nei miei studi. Era abbastanza semplice rispetto ad altri molto più complessi, ma non mi azzardavo a dirlo a nessuno. La sua funzione era di frazionare l'aria nei suoi due elementi principali, l'azoto e l'ossigeno. Ciò avveniva con la compressione ed espansione in turbina dell'aria, la conseguenza era la discesa di temperatura fino a giungere alla fase liquida del gas. Il processo poi continuava in una distillazione frazionata. Avveniva così la loro separazione resa possibile poiché l’ossigeno liquefà a –183 °C mentre l’azoto a –196 °C. Per questo l'aria liquida nella colonna di frazionamento si divideva in azoto gassoso, che saliva, mentre l’ossigeno liquido rimaneva in fondo.

I due gas, una volta separati, erano utilizzati in fabbrica per scopi ben precisi. Il gas che più interessava era l'azoto poiché, essendo un gas inerte, era immesso in una rete specifica dello stabilimento e usato per bonificare colonne, serbatoi, ecc. Mentre l'ossigeno era utilizzato come comburente in alcuni specifici reparti, ma la maggior parte era rimesso in aria.

Nel periodo estivo in cui restai lì, vi trovavo dei piacevoli vantaggi. Infatti, potevamo avere l'aria condizionata in sala controllo con il collegamento all'aria di processo dell'impianto. In tal modo arrivava aria molto fredda, pulita, secca e la temperatura scendeva di parecchio nel giro di pochi istanti. Un altro spettacolo era ottenere gelati in pochi minuti versando, lentamente, sopra gli ingredienti ossigeno liquido. Il risultato finale era un gelato davvero speciale.

Tuttavia proprio lì mi accadde un episodio molto drammatico e pericoloso. Bisogna premettere che vicino all'impianto ne esisteva un altro, quasi simile, ma più piccolo chiamato Lindino, dall'inventore tedesco Carl Linde. Era tenuto in produzione non tanto per il poco apporto di azoto che dava, ma perché produceva ossigeno quasi puro (oltre il 99,5%) venduto per questa sua purezza. Il Lindino aveva, però un inconveniente: produceva un sovraccarico di ossigeno liquido, che doveva essere smaltito a intervalli regolari. L'intervento avveniva in scarsa sicurezza, perché bisognava intervenire manualmente. Si apriva un'apposita valvolina da cui l'ossigeno liquido che fuoriusciva andava in una pentola d'acciaio che si teneva in mano. Riempitone oltre la metà, questa veniva svuotata in un grande bidone pieno d'acqua posto lì vicino.

Quella sera, in quel turno di notte, stavo terminando l'operazione e osservando il recipiente con l'ossigeno che gorgogliava in quel suo fantastico colore blu pallido, pensavo come quell'elemento a quella bassissima temperatura rendeva estremamente fragile qualsiasi cosa con cui veniva a contatto. Per questo le mie mani erano protette da pesanti guanti, ma se mi fosse caduto il contenitore pieno e l'ossigeno liquido mi avrebbe bagnato, dovevo immediatamente slacciarmi scarpe e tuta altrimenti avrei subito gravissime ustioni.

Ma ecco che all'improvviso m'investì una zaffata pungente di ammoniaca. Rimasi bloccato. Le gambe mi tremarono. Ebbi paura. Tutte queste sensazioni derivavano dalla conoscenza che avevo. Sapevo, infatti, che l’ammoniaca venendo a contatto con l'ossigeno a talune concentrazioni può esplodere senza innesco. Ed io ero posto al centro di quella situazione con l'ossigeno che ridiventava gas davanti al mio viso e l'ammoniaca che arrivava a raffiche portata da un leggero venticello. Inoltre, il pericolo aumentava a causa del panico che poteva farmi cadere il contenitore, con le catastrofiche conseguenze appena descritte. Infine, quella situazione mi portava all'aumento della respirazione, che in quell'aria ricca d'ossigeno poteva generare iperventilazione. Ulteriore conseguenza negativa.

Cercando di riprendermi, col cuore che mi batteva forte, tentando, inoltre, di non respirare, giunsi a grandi passi al bidone svuotai il contenitore e scappai in un luogo distante e protetto. Avevo capito che lì vicino lo scambiatore di ammoniaca del processo perdeva e parecchio, creando quest'enorme pericolosità per un'operazione già di sé pericolosa. Ripercorrendo la memoria, mi ricordai che un analogo impianto in Germania era esploso anni prima per lo stesso motivo. Fu così che l'indomani chiesi un attimo di attenzione al capo reparto, che non era perito chimico. Gli spiegai la pericolosità, ma lui con tono rassicurante mi rispose: ‟Si, conosco il problema, infatti ho messo in questa lista d'interventi per la prossima fermata di manutenzione, che sarà eseguita nei prossimi mesi, la riparazione dello scambiatoreˮ.

Dicendomi questo mi presentò una lunga lista di lavori da fare, in data ancora da precisare e in ultimo, da considerare quasi superflua, la riparazione di quello scambiatore. Restai a guardarlo senza parole. Ancora una volta toccai con mano l'ignoranza che si viveva lì, le gravi conseguenze sulla sicurezza. Ritornai al mio posto di lavoro sconfortato, pensando che in quella fabbrica ero appena entrato. Cosa mi sarebbe potuto capitare dopo?