Da Nuit Débout alla tolleranza passando per il Can Can: cronache francesi in una sera di luna

La Civetta di Minerva, 29 aprile 2016

È una bella sera di un debutto di primavera parigina. Il sole tramonta tardi e, fino alle nove, il cielo è luminoso. Non piove e – udite, udite – nessuna nuvola si avvista all’orizzonte. La temperatura è piacevole. Sì, insomma, si può stare solo con un cappotto, senza bisogno di giacca a vento, sciarpa e cappello (flash-news: al di fuori della Sicilia, l’estate non comincia a fine aprile e, qui, non indossiamo già le maniche corte).

La piazza che costeggia il museo George Pompidou, place Stravinsky, è gremita di tavolini: nella lingua di Molière si chiamano pub con terrasse, perché per i magniloquenti francesi uno spiazzo in cemento da cui non si gode nessuna vista panoramica è, comunque, una terrazza.

Per guadagnare il massimo dello spazio possibile, i piccoli banchi rotondi sono incollati gli uni agli altri, come in un’unica, immensa tavolata, e rasentano la fontana che ospita le coloratissime statue di Niki di Saint Phalle, scultrice e femminista. Dall’alto delle vetrate della biblioteca dell’attiguo centro Pompidou, studenti svogliati osservano quella moltitudine di corpi stipati, un bicchiere di vino o una pinta di birra in mano: anche loro vorrebbero essere già immersi nella più tradizionale consuetudine tardo-pomeridiana dei giovani parigini, l’apéro.

Un allegro vocio rimbomba nella piazza, in un buffo contrasto con il graffito di Jef Aérosol che si staglia al fianco della chiesa di Saint Merri e che rappresenta il viso di un uomo che, indice davanti alle labbra, invita a fare silenzio. I baristi corrono in tutte le direzioni, impugnando bicchieri di alcolici e piatti di patatine, mentre, fra i clienti, l’atmosfera è rilassata e la vicinanza dei tavoli invita a stringere nuove amicizie.

«Excuse-moi, dove hai preso quel braccialetto? È così carino». «Era in una scatola della Birchbox». Birchbox è un sito che spopola fra le giovani francesi: ci si iscrive, si compila una scheda informativa (capelli grassi o secchi? Pelle mista o acneica? Prodotti per il viso, lozioni per il corpo o ungenti per capelli?) e ci si abbona per soli 15 euro al mese. Dal momento dell’addebito della cifra, ogni giorno potrebbe essere quello in cui, nella cassetta della posta, si troverà il regalo: la Birchbox, appunto.

Tecnicamente, è un regalo che ci si è pagati. Ma le scatole infiocchettate e il bigliettino di accompagnamento indirizzato alla “chère et jolie mademoiselle (cara e graziosa signorina, ndr), alimentano la sensazione che si tratti di un regalo che ha spedito un amante premuroso o un’amica affezionata. Oppure un regalo del postino, fa lo stesso.

I pacchi contengono cinque miniature di alcuni fra i prodotti che una donna potrebbe desiderare: creme per il corpo, matite per gli occhi, balsami per i capelli, pomate idratanti. Il dettaglio più simpatico è che l’attesa mensile si risolve sempre in una sorpresa: non solo non si sa cosa conterrà la box, ma non si potrà nemmeno influire sulla scelta di tale contenuto. Come un regalo vero e proprio, insomma. Inoltre, i prodotti all’interno della scatola sono di buona qualità: importanti marche collaborano con il sito per creare le proprie miniature – simili ai campioncini, ma leggermente più grandi – in modo da lanciare nuove varianti dei loro articoli; le marche meno note, invece, approfittano di questa distribuzione massiva per ottenere una provvidenziale notorietà. La quadratura del cerchio si ha in un’apposita sezione dello stesso sito internet, in cui è possibile acquistare, in formato normale, i prodotti di cui si sono ricevuti gli omaggi.

E tale concetto, che potremmo definire di emancipazione delle coccole, ha molteplici diramazioni: esiste un abbonamento, per esempio, per ricevere dei collant. «C’est genial!» spiega Marion, la bionda che tiene un libro fra le mani e che ha attaccato bottone con noi, «Si ricevono due paia di calze al prezzo di una e sono così resistenti che non si sfilano quasi mai». «L’unico problema» rettifica Iléane, la sua amica dal largo sorriso, «è che, come per la Birchbox, non puoi sceglierne i colori: e se poi ti arriva un collant giallo canarino?»

La serata continua, i bicchieri si susseguono e, quando Iléane si alza per raggiungere le toilettes (e la fila è parecchia, data la folla di bevitori), Marion rimane di nuovo da sola. Ma ha voglia di parlare. «Qualche sera fa, mi trovavo a Nuit Débout: facevo parte del comitato politico ed economico e abbiamo affrontato la questione dei consumatori». Marion ci spiega la sua teoria: «È vero che chi compra merce a prezzi bassissimi ha le mani sporche di sangue e concorre a creare sfruttamento, dipendenza, speculazione, ma dobbiamo smettere di puntare il dito solo contro i consumatori: l’intera struttura della società è colpevole. Eppure,» prosegue «c’è una domanda a cui nemmeno noi di Nuit Débout siamo riusciti a dare una risposta: sarebbe pronta, questa generazione della mera apparenza, a rinunciare ad acquistare tanti capi di scarsa qualità per averne solo uno che costi molto, ma che sia di buona fattura? Non avremmo, poi, voglia di avere altro? Il basso costo non ci indurrebbe nella onnipresente tentazione di comprare anche se non siamo sicuri della taglia, del colore o della vestibilità?»

«Ah, ma parlate di questo a Nuit Débout?» chiede Iléane, di ritorno dal bagno. «Anche», risponde Marion. Il movimento Nuit Débout, colmo di buoni propositi e di altisonanti ideali, sembra, ormai, subire una battuta d’arresto e produrre una minore eco; militanti e curiosi si riuniscono ancora in place de la République, ma il fenomeno manca di concretezza: la millantata natura apolitica del movimento si è scontrata, infatti, con la necessità di prendere una posizione chiara e un netto ruolo istituzionale. Qualche notte fa, inoltre, un noto filosofo reazionario, Alain Finkielkraut, è stato allontanato violentemente dalla folla e nemmeno l’intervento della Commissione Accoglienza e Sicurezza a Nuit Débout ha potuto evitare che tali alterchi facessero sorgere dei dubbi sulla natura realmente inclusiva della manifestazione.

La nostra serata parigina prosegue e un cameriere si avvicina per scusarsi della lentezza del servizio e offrire una pinta gratis. Nel frattempo, tre uomini vestiti da ballerine di Can Can, truccatissimi e dalla capigliatura alla Platinette, lo attorniano: distribuiscono dei volantini di uno spettacolo a Pigalle. «Mi fanno paura questi qui» ammette il cameriere, prendendo appunti nel taccuino delle ordinazioni. «Ma, no: non si deve avere paura» è di nuovo Marion che interviene. «Ecco la cultura da macho che ritorna» le fa eco Iléane. «Sono libero di esprimere la mia opinione, tuttavia: in Francia, la libertà d’espressione è basilare, ricordatevelo». «Certo,» non si arrende Marion «ma si ha paura di qualcosa solo quando non la si conosce. Succede lo stesso con le religioni e guardate cosa sta accadendo».

In Francia, in effetti, si è diffusa una carenza di altruismo e tolleranza, soprattutto fra le nuove generazioni. Le donne velate, i bambini che, alla mensa scolastica, non mangiano il maiale e gli uomini dai tratti nordafricani si scontrano con una società che li guarda con timore e diffidenza. «Sono stufo che, per identificarmi, mi chiedano se ho mangiato del cous-cous a pranzo» commenta un algerino, esprimendo con efficace semplicità il suo pensiero «e sono stufo di dover affrontare gli sguardi di odio sfrontato che mi lanciano dei ragazzini muscolosi e che, probabilmente, voteranno per il Front National».

Tutti si professano tolleranti, ben pochi sono disposti a rinunciare al sospetto. E, mentre il governo pondera sulla proroga dello stato d’emergenza, il malessere collettivo si alimenta di paura.

La luna piena, ormai alta nel cielo, illumina una città ancora in movimento. Parigi, nonostante le sue contraddizioni e le sue solitudini, resta incantevole: questo è l’ultimo pensiero che ci accompagna, rientrando a casa.