I borghesi della capitale francese concionano giorno e notte in Place de la Republique. Imitando i seguaci di Robespierre, molte le proteste giacobine nonostante i divieti di assembramenti

 

La Civetta di Minerva, 15 aprile 2016

Da undici notti, Parigi non dorme. E queste ore insonni, questa veglia collettiva, la si trascorre nel luogo che è diventato simbolo di ogni assembramento sociale nella Ville Lumiére: place de la Republique.

Tutto è cominciato all’indomani della presentazione del nuovo testo della legge del lavoro, un dettato normativo che pare andare nel senso della precarizzazione e dell’abbattimento delle tutele dello Stato sociale, tanto care alla Francia.

Così, dallo scorso 31 marzo, la piazza è diventata luogo di ritrovo di giovani e meno giovani, palcoscenico in cui ognuno può servirsi di un microfono per esprimere il proprio disagio sociale; addirittura, la sede in cui si tengono nuove assemblee costituenti per gettare le fondamenta di una rinnovata società.

Cugina del movimento Occupy Wall Street statunitense e di quello degli Indignados spagnoli, la manifestazione Nuit Débout – letteralmente “notte in piedi” – appare, però, molto meglio organizzata. All’origine di questo raduno notturno, infatti, è un giornale di estrema sinistra, il Fakir, e l’attività del suo direttore, François Ruffin; «Sarebbe sbagliato» ha affermato quest’ultimo «credere che si tratti di un movimento spontaneo, nato per miracolo dalla somma di desideri comuni». Al contrario, ci si è occupati di distribuire volantini, attrezzare i palchi, creare un sito internet (www.nuitdebout.fr), una pagina Facebook e un profilo Twitter che conta già più di ventimila abbonati.

A ben guardare, quindi, il movimento ha utilizzato il malcontento latente contro la riforma del lavoro per far convergere, in un’unica e prolungata manifestazione, militanti, intellettuali, studenti, operai, disoccupati che portavano avanti le loro lotte in maniera isolata e dispersiva.

Qualcuno si chiede se anche in Francia questo moto popolare potrà dar luogo a un partito politico, sulla falsariga di Podemos, in Spagna, e del nostrano Movimento Cinque Stelle (con il quale Nuit Début ha in comune la dichiarata assenza di leader). Ma i francesi dubitano che ciò abbia importanza: loro sono là, dichiarano in massa, per fare una prova generale di democrazia, quella vera, quella che parte dal basso. Riscrivere la Costituzione, immaginare la circolazione dei poteri, delineare una migliore ripartizione del lavoro sono tutti esercizi di sovranità popolare, attività che rafforzano la coalizione dei diversi malcontenti.

Eppure, al di là degli astratti ideali, il fenomeno sociale in questione presenta svariate incognite.

Innanzitutto, vi è il problema dell’organizzazione. Volendo ricalcare i padri dell’Assemblea Costituente della Rivoluzione francese, i fautori di Nuit Débout hanno stilato una fitta agenda di impegni e appuntamenti, coordinati da una cosiddetta Assemblea Generale e da varie Commissioni (franco-africana, femminista, per lo sciopero generale, dei rifugiati, di economia e politica, giusto per citarne alcune). Ed è da notare che, sempre nell’ottica di imitare i seguaci di Robespierre, il calendario si è fermato il 31 marzo: da quel giorno, è previsto che si conti 32, 33, 34 marzo e così via. Insomma, fra elementi simbolici ed eventi a ciclo continuo, il primo rischio a cui si va incontro è quello che si passi più tempo ad organizzarsi che a fissare una lista precisa di obiettivi.

E proprio la definizione degli obiettivi è il secondo punto critico del movimento.

In Place de la Republique si riunisce un insieme eterogeneo di bisogni e di proteste: dai difensori degli animali ai militanti per i diritti dei migranti, è facile scivolare nell’individualismo della propria causa e nella mera espressione di ciò che, singolarmente, sta a cuore.

Terzo ed ultimo problema di Nuit Débout è la sua carenza di diversità sociale: data la forma di protesta nottambula, i manifestanti sono prevalentemente dei francesi giovani o in pensione, che non lavorano e che non hanno bambini da accudire. E, dato preoccupante da un punto di vista sociologico, si tratta soltanto di bianchi e appartenenti alla borghesia agiata.

La protesta, finora, coinvolge solo una parte della popolazione, mentre l’altra metà di Parigi – gli immigrati, i mal integrati, gli abitanti delle periferie – si limita ad osservare il fenomeno con una punta di curiosità, ritenendolo un capriccio passeggero dei bobos, i borghesi. Le nottate insonni sono valutate alla stregua di quelle autogestioni scolastiche, organizzate poco prima delle vacanze natalizie: solo un modo per guadagnare tempo per poltrire, facendo arzigogolati ragionamenti di interesse generale, ma di scarna applicazione pratica.

Lunedì mattina, comunque, la piazza è stata svuotata dalle forze dell’ordine. Durante il fine settimana, infatti, un distaccamento di manifestanti, ha marciato fino alla casa del Primo ministro, sullo slogan di “apéro chez Valls”, aperitivo da Valls (deliziosa ironia francese), provocando, al passaggio, diversi danni e scontri con la polizia.

I pericoli di un movimento pacifista, ma incontrollato, hanno indotto vari politici ad esprimere la loro contrarietà, eppure i manifestanti hanno già presentato una nuova richiesta di assembramento e la piazza dovrebbe tornare ad animarsi già da lunedì sera.

L’ultimo baluardo brandito contro la prosecuzione delle manifestazioni è quello dello stato di emergenza, che ancora vige in Francia a seguito degli attentati e che, a detta di alcuni politici, implica che nessun raggruppamento dovrebbe essere autorizzato in quanto luogo ideale per un attentato. Basterà questo timore per soffocare l’animo giacobino dei francesi?

Seguiremo con interesse le evoluzioni di questi ribollimenti sociali per scoprire se si risolveranno in un niente di fatto, in un partito politico o se Hollande deve davvero preoccuparsi che gli taglino la testa.