• I Diari della Quarantena: Conad 19

    Conad 19 Ovvero al supermercato al tempo del virus

  • Raccolta su Facebook

     

          Raccolta civetta su Facebook

     

  • Don Raffaele Aprile: “Siamo pietre vive che camminano

    Non chiudiamoci nella paura: Dio non è mai assente dalla nostra vita”

  • NO AGLI IMBONITORI. NO ALLA PUBBLICITÀ AUTOREFERENZIALE: AFFIDIAMOCI ALLA SCIENZA

     

    Tappati in casa, quasi increduli per come ci si ritrovi in guerra in un silenzio senza bombe, ci si aspetterebbe una velocissima strategia di difesa verso l’onda malefica che ci avvolge muta, uccidendo. Pare, invece, che il nostro dovere sia solo di restare serrati dentro, chissà ancora per quanto.

    Stiamo tentando di comprendere come in Lombardia si muoia come le mosche, tre volte di più di quanto sia avvenuto in Cina, e come si possano sacrificare a un virus di pipistrello incoronato oltre undicimila fra medici e operatori sanitari - questo finora il numero dei contagiati -: troppi di più rispetto a qualsiasi nazione interessata. Con tanti saluti al nostro stralodato Servizio Sanitario Nazionale che ci sembrava migliore di quello cinese e di tanti altri.

    E a Siracusa come vanno le cose? Si approfitta dell’apparente bonaccia per prepararsi ad assorbire lo tsunami dei ricoveri? Si sono creati gli ospedali da campo? Si sono procurati i dispositivi di protezione per i medici e gli operatori sanitari? Magari, senza far pubblicità, sono stati allestiti i forni crematori?

    Facciamo finta di sì!

    Chi ha capacità di divinare ha già capito come andrà a finire; gli altri si dividono in religiosamente pii, in bestemmiatori, pompieri dell’ottimismo e, per dirla con un eufemismo, ingenui.

    Ma tra i più colpevoli possiamo certo ascrivere coloro che devono esserci ad ogni costo, anche se non hanno la competenza necessaria, anche se non hanno quasi nulla da dire di davvero significativo. Troviamo sui social, sui gruppi WhatsApp, video di sedicenti esperti che rilasciano estemporanee dichiarazioni raccolte da chi li intervista purtroppo con un eccesso di acquiescenza, lasciate nel vuoto delle opportune e ineludibili - così dovrebbe essere - richieste di chiarimento che ne evidenzino le pecche, la superficialità, l’approssimazione… la sostanziale inutilità.

    E questo appare molto grave. Squalificante, se è concesso.

    Bisognerebbe spiegare a costoro, a quelli della soluzione alla pandemia “in tre mosse”, che le “intuizioni” di un medico hanno ampio spazio nelle società scientifiche e nelle riviste specializzate di prestigio indiscusso. Da quegli spazi della scienza ufficiale, quando si hanno le prove che non si tratti di exploit pubblicitari autoreferenziali, le soluzioni saranno imposte alle nazioni, che avidamente le ricercano.

    Bisognerebbe spiegare, anzi semplicemente informarli che, per esempio, la piccolissima Ragusa si è già data da un pezzo un protocollo per i Covid 19 degenti a casa e curati dai medici di famiglia, e che la stessa Siracusa, coordinata dal noto infettivologo Gaetano Scifo, aspetta di accodarsi al protocollo che sta per essere adottato dalla Regione.

    L’Italia ha già vissuto l’esperienza del “porta a porta” per vendere soluzioni in medicina! Abbiamo già avuto, e rigettato, la cura Di Bella, la cura Stamina. Dovremmo aver già creato i nostri anticorpi ma certo diventa difficile se ad abboccare è la gente comune, quella che vive ancora di stregonerie, magie, credenze. E per questa categoria di persone, per chi si affeziona ai propri ragionamenti, non sappiamo se possa valere quella che in fondo è lapalissiano: nel mondo, senza cure preventive, quasi il 90% degli ammalati di SARS-Cov 2, guarisce da solo, a volte in meno di una settimana e certo sarebbe facile, per l’imbonitore di turno, vantare tali guarigioni come la prova del successo del proprio metodo. È già accaduto e non si può consentire che accada ancora.

    Il ricorso a determinati farmaci, che chi conosce bene non legge su internet, è solo un tentativo su cui è impegnata la comunità scientifica mondiale e non vi sono rassicurazioni inequivocabili, come quelle da alcuni propalate sui social. Si è solo detto, a chi è all’altezza di comprenderne gli eventuali effetti collaterali, persino mortali, di provare e registrarne gli effetti. Invece comunicazioni così “maldestre” andrebbero immediatamente sanzionate e gli autori, se professionisti della sanità, convocati, giudicati e ammoniti dagli Ordini di appartenenza.

    Se mai un professionista della comunicazione accettasse un consiglio spassionato, potremmo promuovere queste considerazioni: nel duemilaventi, dal fondo dello Stivale, non vi aspettate mai una soluzione ad una pandemia che mette in ginocchio il pianeta da una sola persona. Assicuratevi che faccia parte veramente di un pool di ricercatori che siano in rete con tutte le nazioni e che diriga, come minimo, un’università o un famoso istituto di ricerca. Un po’ di sana diffidenza aiuta.

  • Ho io la soluzione per il covid-19 e non è il vaccino!

     

    Vorrei condividere con voi un breve spunto di riflessione su questo periodo concitato che sta influenzando le nostre vite partendo da due brevi osservazioni.

    Secondo una celebre citazione di Umberto Eco “Internet ha dato lo stesso diritto di parola agli imbecilli e ai premi Nobel”;

    Le ricerche sociologiche propedeutiche all’avvio dell’ambulatorio di medicina narrativa di Firenze hanno dimostrato che un medico tende ad interrompere un paziente appena 18 secondi dopo l’inizio della visita.

    Scartando ovviamente le attenuanti generiche dovute alla forse rimpianta vita frenetica, come le telefonate continue o l’irruzione di un collaboratore di studio, è innegabile come la comunicazione Medico-Paziente sia uno dei problemi della Medicina contemporanea, magari non al pari del continuo taglio del Servizio Sanitario Nazionale e dei posti letto, l’aziendalizzazione, il federalismo spinto e chi più ne ha più ne metta.

    Soffermiamoci un momento sulle due osservazioni iniziali e su questo problema della comunicazione e immaginiamo un sondaggio al grande pubblico che chieda le indicazioni sull’uso appropriato di mascherine, tamponi, test sierologici e nuove cure sperimentali. Non oso immaginare cosa ne possa venire fuori, o forse sì, a giudicare dai commenti delle persone a me vicine, per non dire i commenti alle dirette social del nostro Sindaco, magistralmente ripresi da Archimete Pitacorico.

    E’ indubbio che, sebbene la Medicina non sia una scienza esatta e 2+2 non faccia sempre quattro, gli scienziati, i medici e i ricercatori dovrebbero affinare le tecniche comunicative, oltre che cercare di trovare un accordo, per quanto possibile, e non tentare di primeggiare. I social e i giornalisti dovrebbero rilanciare e diffondere le notizie prima verificate e provenienti dalle fonti ufficiali, cercando di limitare le fughe in avanti di chi cerca visibilità, invece che creare false illusioni. D’altronde questa epidemia ci sta insegnando tantissimo su questo aspetto: da sperimentazioni autorizzate a partire da video fake girati su Facebook in Giappone, ad Anestesisti e Rianimatori che disquisiscono di test sierologici (mentre fino all’altro ieri, come diceva il mio compianto professore di Microbiologia, il professor Campa, uno che teneva 120 studentelli sull’attenti senza proiettare una diapositiva, “lo specialista dell’unghia del mignolo sinistro non si pronunciava sull’unghia del mignolo destro”), a “nuove” cure promettenti che girano sui social o sul Corriere dello Sport (?).

    Io, nel mio piccolo, ho scelto la Medicina Generale per potermi occupare un po’ di tutto, ma soprattutto per puntare tutto sulla prevenzione e l’educazione civica e sociale. Sarò un inguaribile sognatore utopista? Per fare questo tento di seguire l’approccio suggerito dagli esperti di Firenze, forse perché sono stato un paziente prima di essere un medico, ma non vi nego che la mia attenzione cala bruscamente quando sento qualcuno pronunciare il fatidico: la soluzione ce l’ho io!

    Sebbene gran parte degli Italiani rimpiangano l’uomo forte al comando, il tutto e subito, il vivere nell’emergenza costante senza prevenire e programmare per tempo, io decisamente no.

    Perché altrimenti vinceremmo questa battaglia e perderemmo la guerra, dato che della pandemia si parla in termini bellici.

    D’altronde la soluzione è già sotto gli occhi di tutto: distanziamento sociale (per non starnutire o tossire in faccia alle persone) e lavare le mani spesso, evitando di mettere le nostre mani sporche a contatto con le mucose. E’ così difficile?

    PS Nella speranza che i miei colleghi, i nuovi eroi, quelli che si meritavano denunce e, perché no, punizioni corporali al primo errore, non pensino soltanto a bizantinismi, beghe sindacali e burocrazia, ma anche a come curare i pazienti nella disorganizzazione generale e tornare protagonisti proprio in questa fase critica.

  • GOL E ABBRACCI

     

    «La chiusura totale non può cessare prima del 13 aprile» ha detto il premier Giuseppe Conte tre giorni fa. «La chiusura totale non può cessare prima del 16 maggio» ribatte il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, venerdì sera, salvo poi velocemente correggersi. «Sulla chiusura decidono i politici» tira corto il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli. «Quel che conta è la salute, il calcio ripartirà se e quando il Paese ripartirà» chiosano infine tecnici, giocatori e dirigenti delle nostre maggiori squadre di calcio, notoriamente invisi all’opinione pubblica perché tacciati di solito di superficialità e legati ad interessi personali. Stavolta almeno, a dispetto del Paese dei colletti bianchi, dimostrano di conservare ancora un po’ di sano buonsenso. Il resto del Paese è diviso su quando ripartire. A dispetto di ogni appello a far prevalere l’unità d’intenti, la politica diverge dai tecnici e il governo diverge dalle regioni. La destra diverge dalla sinistra e tutti hanno così allegramente ripreso a darsele di santa ragione, tirando per la giacchetta questo maledetto virus.

    La verità è che nessuno è disposto ad ammettere che la nostra sfida all’epidemia è stata una Caporetto nazionale, di cui portano responsabilità, in egual misura, la politica e gli scienziati, le destre e le sinistre a Palazzo, la sanità lombarda e il governo. Quindicimila morti, tra cui ottanta medici, interi ospedali contagiati sono, a un mese e mezzo dal primo caso, un bilancio disastroso. È inutile nasconderselo. Sul quale invano si spargono spiegazioni improbabili, come l’anzianità media della nostra popolazione, la convivenza di molti giovani in casa, l’inquinamento di quelle zone e altre amene leggende sanitarie. Ma l’idea che gli epidemiologi più attenti hanno del caso italiano è un’altra: abbiamo ospedalizzato la crisi trasformando le strutture sanitarie in moltiplicatori del contagio in maniera irreversibile; abbiamo inseguito il virus cercando di placcarlo alle spalle, ma facendocelo sempre sfuggire, fin dai ripetuti e repentini blocchi e sblocchi dei voli da e per l’estero, rivelatesi poi un autentico boomerang, per proseguire poi con la tardiva chiusura della Lombardia; e infine – ma a nostro avviso determinante e inaudito – abbiamo per settimane clamorosamente ed inspiegabilmente rinunciato a estendere il numero dei tamponi che, oltre che per prevenire ulteriori contagi, erano utili anche per tracciare una mappa del contagio sul territorio nazionale.

    È innegabile che ci siano handicap cronici del nostro sistema sanitario, coi quali abbiamo sempre dovuto ahinoi combattere, ma è altrettanto innegabile che la scellerata gestione di tutto il comparto sanitario ad opera degli ultimi governi reggenti ha dato il colpo di pistola fatale alla nostra sanità pubblica. Tipo la medicina di base, che negli ultimi due decenni è stata portata fuori dalla gestione dell’emergenza. Lo smantellamento di questo diaframma tra la malattia e l’ospedale è sì un deficit cronico, ma facilmente addossabile ai ministri che hanno governato la sanità, per compiacere a una pretesa corporativa dei camici bianchi. E se già in tempi di epidemie autunnali di semplici influenze, si vedevano le astanterie degli ospedali (soprattutto quelli del centrosud) che scoppiavano di barelle incolonnate tipo i carrelli dei supermercati, offrendo alle telecamere di tutto il mondo civile uno spettacolo indecoroso, figuriamoci cosa accade adesso, in piena emergenza da Covid-19. Per non parlare delle infrastrutture rianimatorie: tabelle alla mano, all’inizio della crisi in Italia c’erano 5.090 posti letto di terapia intensiva, contro i 28mila della Germania. Che però ha solamente i tre quarti dei nostri contagi, e un numero dei ricoverati persino maggiore (25mila contro 18mila), ma paga un prezzo di vite quasi dodici volte inferiore!

    Di fronte a questi impietosi numeri si riavvolge, come in un vecchio film, gli ultimi anni di governi, che siano stati gialli, rossi o verdi, che hanno passato a discutere per mesi e mesi solamente a come fermare gli immigrati prima e la prescrizione poi. Che cosa è stato invece fatto, in tutto questo tempo, per aumentare l’efficienza dei servizi nel nostro Paese? E quando già a gennaio tutti i virologi ormai sapevano che il virus sarebbe arrivato anche in Italia, che cosa è stato fatto per non trovarci nudi, indifesi e per settimane senza neanche la protezione di una mascherina? Basta ad assolverci il fatto che anche altre grandi democrazie, come gli Stati Uniti e la Spagna, si siano scoperte altrettanto impreparate? Verrà il tempo in cui dovremo tristemente valutare questa battaglia dalle fredde e funeree cifre dei risultati, e come non bastasse ogni eventuale aiuto europeo, siano dei bond o dei fondi salva-Stati, finiranno poi per trasformarsi in debiti caricati sulle spalle delle generazioni future. In attesa che ciò accada, non sarebbe opportuno che aprissimo nel Paese una discussione semplice, onesta su ciò che non ha funzionato, non sta funzionando e su come porvi riparo? Ridefinendo una strategia sanitaria e sociale che sia effettivamente assistenziale come ogni Paese che voglia dirsi civile dovrebbe garantire? Oppure in nome dell’emergenza dobbiamo continuare a chiudere gli occhi?

    Nel frattempo che i lettori provano a trovare le risposte a questi rognosi e più importanti quesiti, non ho dimenticato che io vi scrivo principalmente di sport. E allora per finire in bellezza (o meglio, per ricominciare in bellezza), volevo parlarvi dei gol e di come ora si festeggiano. Nel tempo si è innescata ormai una corsa a sbalordire che ha seppellito sempre di più la gioia istintiva per il pallone che gonfia la rete. Mani che ruotano intorno all’orecchio, dita negli occhi a simulare una maschera, mitragliate in curva, Papu-dance e coreografie sempre più bizzarre e ricercate. Passo dopo passo ci si è allontanati dalla forma più istintiva e autentica di festeggiare: l’abbraccio. Sì, un bello, spontaneo, caloroso e naturale abbraccio. Non esiste rito più profondo e completo di un abbraccio. Io ho segnato un gol e sono felice, ma tu che mi hai passato il pallone sei me, siamo squadra, e io ti abbraccio e annullo lo spazio che ci separa. E anche voi altri, tutti quanti, che avete lottato per spingere quel pallone in rete, siete me e vi abbraccio tutti. E così i cuori accelerati dalla gioia, i petti in fuori, i corpi cozzano tra loro come calici in un brindisi. Insieme. Tutti insieme. Ne scelgo uno, di abbraccio, ed è quello che si scambiano Gigi Riva e Gianni Rivera dopo che quest’ultimo aveva appena scagliato in rete il gol del 4-3 sulla Germania in quella indimenticabile e mitica semifinale del mondiale messicano del 1970, che è passata alla Storia. In quell’abbraccio stremato e felice si fondono come in una Pietà. Il Coronavirus ha purtroppo distanziato quei calici, ha interrotto quei brindisi, ha creato piccoli mondi a un metro di distanza tra loro. Ci ha isolati in tante solitudini, ha bandito l’abbraccio e persino le strette di mano. E quindi chiedo una sola cosa, nel mio piccolo, ai nostri odierni bomber dell’alleggerimento domenicale. Se e quando il carrozzone dello sport ripartirà, non dimentichiamoci di queste restrizioni, e riscoprite pertanto la gioia primordiale dell’abbraccio. Rinunciate a maschere, mitra e balletti, evitate i brindisi solitari e tornate a far tintinnare i cuori all’unisono. Abbracciatevi tutti, proprio come una volta, annullate gli spazi, come fecero Riva e Rivera, mescolate il sudore senza più paura alcuna. È l’augurio che questo giornale fa a tutti noi: ogni abbraccio sarà la celebrazione di ciò che ci siamo lasciati alle spalle, giocando da squadra. E in questo, noi italiani, siamo sempre stati dei maestri!

  • STORIE EUROPEE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

     

    L’epidemia, poi pandemia, di Cov-id 19 va affrontata e discussa non solo dal punto di vista scientifico o sociopolitico o economico: è interessante anche l’approccio sociologico, il vedere come cambia la nostra vita ai tempi del coronavirus sia per noi che per i nostri connazionali. E per gli stranieri che vivono o hanno vissuto per qualche tempo in Italia? E per gli Italiani che vivono all’estero?

    Neelam S., chimica indiana, poliglotta, che ha vissuto e lavorato tra Italia (ama in particolare la Sicilia, specie Catania e Siracusa), Germania e Lussemburgo, ci racconta la sua autoquarantena – non sempre compresa da colleghi di lavoro e conoscenti -, dovuta sia all’attenzione ai dispositivi tipica dei suoi studi e del suo lavoro che al fatto di aver seguito e di continuare a seguire la situazione italiana: spesa e lavoro, smart working e laboratorio, autoreclusione per evitare il contagio; situazione simile per Margareta K., appassionata viaggiatrice, corista dalle esperienze internazionali, tedesca innamorata di Siracusa, si è chiusa a casa in autoquarantena proprio perché segue l’evolversi della situazione italiana e teme che possa ripetersi per la Germania; Savitri J., mongola ormai “siracusanizzata”, ci racconta l’esperienza del suo paese di origine, che pur confinando con la Cina, ha saputo – memore forse del suo passato, disciplinato rigore comunista? – imporre misure di contenimento del virus.

    “La Civetta di Minerva” ha incontrato per voi – seguendo le regole del distanziamento sociale, ovvero via mail – la siracusana Roberta Romano, che da anni vive in Olanda e ci offre il suo punto di vista di Italiana all’estero.

    Presentati ai nostri lettori: chi sei? Che cosa ti ha portato in Olanda? Che lavoro fai?

    Mi chiamo Roberta Romano e sono nata e cresciuta a Siracusa. Essendo un po’ ribelle da giovane, e lo sono ancora adesso in effetti, sono andata a vivere a Bologna: L’amore mi ha portata in Olanda. Più in là si vedrà…

    Lavoro da circa 20 anni per un’azienda lattiero-casearia (una multinazionale distribuita in 34 paesi sparsi nel mondo) e mi occupo della sicurezza informatica per i dispositivi elettronici e per tenere il tutto un po’ più movimentato, sono responsabile per l’AppStore interno che distribuisce app create per la nostra azienda.

    Nel mio tempo libero studio, coltivo il mio orto biologico e cucino molto volentieri.

    Com'è cambiata la tua vita in questo momento di emergenza da coronavirus? Raccontaci la tua giornata tipo.

    Io ho seguito attentamente l’evoluzione dell’epidemia (poi proclamata pandemia) in Italia ed ho anche potuto costatare quanti olandesi siano andati a sciare proprio quando già da settimane veniva sconsigliato. Poi è arrivato il carnevale ed il virus ha iniziato ad espandersi, senza che ce se ne rendesse conto. Alla fine hanno è stata chiusa una provincia, dove sono stati accertati la maggior parte dei casi, soprattutto ragazzi reduci dalle settimane bianche e dal carnevale. Ma logicamente anche tanti anziani.

    Per questo io già mi ero messa in quarantena prima che l’azienda per cui lavoro chiudesse e ci ordinasse di lavorare da casa, cosa che già facevo prima del coronavirus un paio di volte a settimana, visto anche che la mia azienda è abbastanza avanti tecnologicamente.

    La cosa scioccante è stata andare al supermercato senza ancora essermi resa conto che, dopo i provvedimenti del governo olandese di chiusura delle scuole, bar, ristoranti e palestre fino al 6 Aprile, la popolazione si era riversata nei supermercati a fare incetta di prodotti alimentari e carta igienica.

    In lingua nederlandese il verbo "hamsteren" (che deriva da hamster, criceto), indica l'accumulo di risorse alimentari proprio come fa il criceto che accumula tutto il cibo possibile all'interno delle sacche guanciali.

    Nella foto, Irma Sluis, interprete di lingua dei segni per non udenti, durante la conferenza stampa del governo, ha tradotto così l’esortazione del governo a non accumulare provviste (“Niet hamsteren!”).

    E non solo nei negozi, ma anche online. Qui siamo abituati a fare la spesa online, ma se guardi il planner – il piano consegne -, la prossima possibilità di consegna è il 16 aprile. Tutta la logistica è andata in tilt e così anche la vendita online... e così mentre in Italia si lasciavano le penne lisce sugli scaffali, qui gli olandesi lasciavano lasagne e cannelloni di cui io ho prontamente comprato qualche scatola.

    Gli italiani in Olanda: qual è la percezione dell'emergenza rispetto ai connazionali? Ci sono aspetti della cultura olandese che sono venuti fuori in questo periodo?

    Allora… qui in Olanda, come del resto in tutti gli altri paesi (compresa l’Italia), hanno iniziato a rendersi conto della gravità dell’epidemia un po’ tardino. Quello che è interessante è che l’Olanda ha deciso di adottare il principio dell’immunità di gregge.

    Questo ha causato il panico totale tra gli Italiani in Olanda, quindi anche da qui c’è stato un esodo verso l’Italia con ogni tipo di mezzo

    Per quel che riguarda i social, non riferisco cosa si scrive su Facebook nei gruppi di Italiani in Olanda, ma posso assicurarvi che è sconcertante e che ho anche smesso di leggere i messaggi postati: non bisogna sempre essere d’accordo con gli altri, ma in questi gruppi ci si scanna tra italiani stessi. È scaturito il peggio di noi stessi, senza poi parlare dei commenti riguardo l’Olanda e gli olandesi.

    Io sono molto grata per le possibilitá che questo paese mi ha offerto e non sputerei mai nel piatto da cui ho mangiato soltanto perché qui regnano altri modi di pensare e fare. In fondo ho scelto io di venire a vivere qui! E come me, lo stesso lo hanno fatto molti altri Italiani che adesso lasciano il paese insultando e infierendo contro tutti e tutto.

    Anch’io non sono d’accordo sul fatto che qui non sia stato ordinato il lock down, ma io faccio la mia parte stando a casa ed uscire solo per fare la spesa.

    Gli olandesi sono stati disobbedienti ed hanno fatto precisamente cosa hanno fatto gli Italiani all’inizio dell’epidemia: con il primo sole primaverile tutti si sono riversati in spiaggia... questo dà l’impressione che non prendano sul serio situazioni come queste. Si vedrà, spero che tutto questo passi in fretta e che si ricominci a vivere.

    Ma fino a quel momento non mi stanco di dire a tutti di stare a casa se non c’è un motivo valido per uscire.

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DINO ARTALE
Lunedì, 06 Aprile 2020 12:15
  Tappati in casa, quasi increduli per come ci si ritrovi in guerra in un silenzio senza bombe, ci si aspetterebbe una velocissima strategia di difesa verso l’onda malefica che ci avvolge muta, uccidendo. Pare, invece, che il nostro dovere sia solo di restare serrati dentro, chissà ancora per quanto. Stiamo tentando di comprendere come in Lombardia si muoia come le mosche, tre volte di più di quanto sia avvenuto in Cina, e come si possano sacrificare a un virus di pipistrello incoronato oltre undicimila fra medici e operatori sanitari - questo finora il numero dei contagiati -: troppi di più rispetto a qualsiasi nazione interessata. Con tanti saluti al nostro stralodato Servizio Sanitario Nazionale che ci sembrava migliore di quello cinese e di tanti altri. E a Siracusa come vanno le cose? Si approfitta dell’apparente bonaccia per prepararsi ad assorbire lo tsunami dei ricoveri? Si sono creati gli ospedali da campo? Si sono procurati i disposit
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Ho io la soluzione per il covid-19 e non è il vaccino!

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ALESSANDRO FRANZO'
Lunedì, 06 Aprile 2020 12:07
  Vorrei condividere con voi un breve spunto di riflessione su questo periodo concitato che sta influenzando le nostre vite partendo da due brevi osservazioni. Secondo una celebre citazione di Umberto Eco “Internet ha dato lo stesso diritto di parola agli imbecilli e ai premi Nobel”; Le ricerche sociologiche propedeutiche all’avvio dell’ambulatorio di medicina narrativa di Firenze hanno dimostrato che un medico tende ad interrompere un paziente appena 18 secondi dopo l’inizio della visita. Scartando ovviamente le attenuanti generiche dovute alla forse rimpianta vita frenetica, come le telefonate continue o l’irruzione di un collaboratore di studio, è innegabile come la comunicazione Medico-Paziente sia uno dei problemi della Medicina contemporanea, magari non al pari del continuo taglio del Servizio Sanitario Nazionale e dei posti letto, l’aziendalizzazione, il federalismo spinto e chi più ne ha più ne metta. Soff
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GOL E ABBRACCI

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DUCCIO DI STEFANO
Domenica, 05 Aprile 2020 17:28
  «La chiusura totale non può cessare prima del 13 aprile» ha detto il premier Giuseppe Conte tre giorni fa. «La chiusura totale non può cessare prima del 16 maggio» ribatte il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, venerdì sera, salvo poi velocemente correggersi. «Sulla chiusura decidono i politici» tira corto il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli. «Quel che conta è la salute, il calcio ripartirà se e quando il Paese ripartirà» chiosano infine tecnici, giocatori e dirigenti delle nostre maggiori squadre di calcio, notoriamente invisi all’opinione pubblica perché tacciati di solito di superficialità e legati ad interessi personali. Stavolta almeno, a dispetto del Paese dei colletti bianchi, dimostrano di conservare ancora un po’ di sano buonsenso. Il resto del Paese è diviso su quando ripartire. A dispetto di ogni appe
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MARIA LUCIA RICCIOLI
Domenica, 05 Aprile 2020 15:53
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L’intervento del dottor Gaetano Scifo per la Civetta: c’è bisogno di una clinical governance

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IL CONTAGIO CORRE IN CORSIA. LO SFOGO DI UNA OPERATRICE SANITARIA

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FRANCESCO MAGNANO
Domenica, 05 Aprile 2020 14:24
  A Siracusa, come d’altra parte anche altrove purtroppo, il rischio contagio non si ferma più ai luoghi di assembramento: supermarket, negozi, sportelli bancari e postali, ecc. ma si vive ormai anche nel luogo deputato a trattare l’epidemia, cioè l’ospedale provinciale Umberto I divenuto progressivamente quasi un serbatoio di contagi. I reparti in trincea sono di fatto rimasti sguarniti del più semplice presidio medico di protezione attiva e passiva. La cronaca è stata puntuale e schierata nel senso della rimarcazione delle gravi responsabilità nella gestione del rischio nonostante il coro del potere politico e direzionale della sanità contro i disfattisti, cioè i giornalisti che invece di supportare lo sforzo dei dirigenti getterebbero benzina sul fuoco. Ma nuovamente il Pronto Soccorso del nosocomio ha mostrato il proprio livello di incompetenza nel contenimento della diffusione virale e l’ultimo caso di
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Quando la mente folleggia

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TEA RANNO
Sabato, 04 Aprile 2020 20:45
Una primavera assassina che ti chiama fuori, come una majara e guardi il mare e pensi agli abbracci, alle strette di mano, a tutto quello che è stato, e che sarà
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IL GRANDE BLUFF DEL PORTO TURISTICO

 

Mercoledì 12 febbraio si è svolta a Siracusa la conferenza dei servizi sul Porto Marina di Siracusa, in ottemperanza alla sentenza del CGA sulla riesamina da parte della Soprintendenza di Siracusa del progetto presentato nel 2008 dalla società S.P.E.R.O. già bocciato da un parere negativo della stessa Soprintendenza ma non ritenuto però sufficientemente motivato dal CGA. Un progetto insostenibile alla luce dei vincoli paesaggistici ed urbanistici vigenti, prevedendo 32.000 m² circa di nuova colmata e la realizzazione di un'isola artificiale di 24.000m² dentro il Porto Grande di Siracusa sulla quale ospitare tre edifici per servizi urbani, alloggi, moli e un parcheggio in mezzo al mare. Eppure i vincoli vigenti oggi sul Porto Grande e sulla costa NON impedirebbero la realizzazione di un approdo turistico.

In particolare il Piano Paesaggistico vigente NON impedisce nell’area in oggetto “opportuni interventi di riqualificazione e trasformazione”, ma al contrario li consente e li prescrive. Pertanto se l'obiettivo fosse la realizzazione di un approdo turistico utile anche a riqualificare un'area di vitale importanza per la città come Via Elorina, perché non si è portato avanti il progetto modificato nel 2014 dal quale, grazie ad una variante approvata, erano state eliminate le opere a mare e si preferisce invece perseverare su quello del 2008 già bocciato?

Qual è il vero fine della società S.P.E.R.O che tiene nel cassetto un progetto realizzabile per portarne avanti uno che alla luce dei vincoli esistenti non potrà mai essere autorizzato? L'impressione è di vivere in una città dove gli imprenditori sono stati sostituiti dagli avvocati e gli utili d'impresa dalle innumerevoli richieste di risarcimento ultramilionarie (vedi Open Land, Ville Epipoli, Resort Pillirina etc) E così si è sprecata l'ennesima occasione per tornare a parlare di progetti reali e del futuro urbanistico del Porto Grande, con una conferenza dei servizi utile solo ad acquisire qualche elemento in più da portare in tribunale, mentre il cantiere di un altro colossale progetto di Porto turistico (Marina di Archimede) giace da anni ignorato e abbandonato a se stesso proprio lì di fianco. "Altrove si continua a costruire col mare in fronte, a Siracusa invece il mare vorremmo lasciarcelo alle spalle con un'isola artificiale" (cit.)

L’OSPITALITÀ TURISTICA EXTRALBERGHIERA: UN FENOMENO DA GOVERNARE NON DA PENALIZZARE

R. Fai: “Norme poco chiare, confuse, contraddittorie, a volte ingiuste, rischiano di imbrigliare una potenzialità in movimento”

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SE UN TASSISTA CI PARLA DELLA BORGATA…

A volte la nostalgia è carogna. È persino mortale. Volevo fare un articolo sul quartiere della Borgata e più precisamente sul relativo Piano di Riqualificazione e sulle normative Particolareggiate (a proposito, la versione digitale è finalmente consultabile online sul sito istituzionale del Comune), ma poi capita che ti imbatti in un tassista, specie alquanto rara se ricercata su quartieri situati “fuori dalle mura” di Ortigia, e ti accorgi che in questo periodo drammatico per le notizie che vengono dalla Cina, la memoria si fa più “sensibile”. Si apre cioè a nuovi varchi, come quando durante una violenta eruzione vulcanica quel magma incandescente che spinge per fuoriuscire all’aperto, finisce col creare altre bocche di fuoco perché il cratere primitivo non riesce più ad arginare quella viscerale e violenta forza e quella devastante energia fin lì sommessa. Ed è così che attraverso le memorie e i coloriti racconti del nostro amico, che non vuole rivelare la sua identità perché - a suo dire - «appoi ‘e colleghi ci veni a’mmiria...», mi rendo conto che una volta che la spinta dall’interno è partita, non si possono più arginare i ricordi.

E partendo appunto dalla drammatica eco che questa nuova epidemia sta diffondendo in tutto il mondo, il tassista mi dice che lui, essendo nato a Tripoli in un periodo dove molte mamme in attesa venivano esulate in terra libica, ricorda di aver visitato nei primi anni di vita quei mercati rionali nordafricani dove era perfettamente normale trovare il “reparto umido” (lui lo chiama così), quello cioè dove tra la carne di misteriosi animali morti trovavi pure ogni sorta di animale vivo. Dalle galline, alla selvaggina, ai roditori. Meglio ancora se catturati nella natura: «Sono più saporiti e più nutrienti», urlavano quei pittoreschi mercanti.

Quindi, ascoltando le notizie sulle cause del diffondersi del virus cinese, mi dice che lui si considera un miracolato. Quando poi, prima di iniziare le elementari, si trasferisce nella casa nella nonna materna, “à via Bainsizza”, quelle cassette dove agli angoli di strada alcuni pescatori erano soliti vendere le orate o i’nfanfuli che ancora si dibattevano nell’acqua, a lui apparivano come delle boutique! Adesso si definisce un professionista della paternità, e cioè partendo dal fatto che i turisti non fanno certamente a cazzotti per salire sul suo taxi, sfrutta il tanto tempo libero che ha per scarrozzare i figli tra scuola, doposcuola, piscina, catechismo, corso d’inglese e quant’altro. E non ci dice nulla di nuovo, visto come stiamo messi noi tutti papà del nuovo millennio, e cioè che alla fin fine è proprio il ruolo di “accompagnatore della prole” il vero mestiere che esercitiamo regolarmente. E che non ammette assenze! Però il nostro amico è un tipo particolare, perché ha sempre amato i libri di storia, e tra un cliente e l’altro non manca di ricordare orgogliosamente quanto grande fu la gloria di Siracusa nel periodo greco e quanto dovettero tutti sudare prima di far cedere la nostra resistenza alle varie flotte nemiche che via via sopraggiungevano in un Mediterraneo che (a parole sue) “ora i morti ca ci su nun venuno mancu chianciuti, allora erano eroi caduti in battaglia. Ma u stissu morti su!”, dandoci a noi “acculturati” un argomento per cui riflettere. E sorseggiando una birra crogiolati al sole della piazza, continua a ribadirmi che per lui fare il tassista nella sua città che ama tanto, Siracusa, è un grande privilegio perché è sempre una gioia esplorare la propria città, nonostante ribadisce che all’infuori di Ortigia si assiste ad un lento ma graduale impoverimento. Però di Ortigia dice che ogni qual volta che vede la meraviglia che si specchia negli occhi dei clienti, si sente orgoglioso e gli piace pensare che è anche merito suo, grazie al suo piccolo ma incessante contributo, che è cresciuta così tanto ed è diventata la meravigliosa città che oggi tutti vogliono visitare. Però lui osserva – a mio avviso giustamente – che anche l’altro antico e popolare quartiere della Borgata dovrebbe e potrebbe poter sviluppare le tante potenzialità che possiede. Perché – precisa – che proteggere ed evidenziare il passato glorioso e sommerso è un dovere di ognuno di noi. E quando gli dico che scrivo su questo giornale, mi incalza esortandomi a scrivere con decisione delle sue “rivoluzionarie” idee per rilanciare il quartiere: «Perché non si sfrutta tutto sto spazio della piazza per organizzare rassegne di film, mostre di libri, idee per i viaggi, concerti musicali, mostre di foto enunciative dove si impara a esplorare il quartiere a piedi, guide personalizzate, scuole di sport e corsi di religioni, cucina e culture diverse, visto che ormai su cchiù assai gli indiani e i marocchini ca jocano nà sta piazza ca i carusi nostri. Ma non lo dice con disprezzo o fastidio, bensì con quella meraviglia che dovrebbe indurci tutti quanti ad avere più fiducia nel futuro. Ma sono tutti così i tassisti? In alcuni frangenti ho l’evidente sentore che il mio casuale interlocutore possa risultare più competente e più sensato in un salotto politico piuttosto di molti di coloro che siedono attualmente al Parlamento. «La televisione non la guardo» continua «io leggo i libri, li compro o li prendo in biblioteca. Mi piace capire le cose. Ma lo devo fare da solo, ho la terza media».

Mi è simpatico questo tassista, “vedi che ha ancora senso a scrivere i giornali” penso “e impegnarsi a scrivervi bene, perché c’è ancora in giro gente che vuole leggere. E vuole leggere bene”. «Ma lei come ci è arrivato a fare il tassista?» gli chiedo. «Storia lunga. Volevo fare il pasticcere, ero carusu in una pasticceria, ero bravino. Poi però tutte le regole imposte dall’Unione Europea sulle preparazioni alimentari mi hanno stufato. Le norme su uova, burro, farina… lo sa perché certe gare sui panettoni le vincono i napoletani? Perché lì ci fanno meno controlli e loro non usano le uova pastorizzate, come vuole la legge, ma quelle fresche, e i panettoni gli vengono buonissimi». Non lo so se è vero, ma questa piccola storia del tassista-pasticcere-lettore è affascinante ed ha molto di logico. Una logica popolare ma da non sottovalutare. In pratica mi ha raccontato un pezzetto d’Italia partendo dalla Libia. E nonostante la sua vita quotidiana non sembra ricca di stimoli, lui scatta delle foto della memoria e le va a catalogare nel suo personalissimo album insieme a quelle della sua infanzia. Mi dice che dietro ogni angolo, ogni pietra, ogni strada c’è una storia da raccontare, e se non lo fermassi lui me la racconterebbe tutta molto volentieri. Forse un po’ inventa, ma ascoltandolo, la trama della sua vita potrebbe essere all’altezza di quel cinema francese dove – nelle famiglie allargate – troviamo figli che girano l’Europa, nonni che vivono in un appartamentino lungo i canali di Amsterdam, genitori che visitano il primo bioparco a Madrid e nipoti che frequentano un asilo a Berlino. Forse perché abituato ad ospitare nella sua auto degli stranieri, ci porta immediatamente a viaggiare. Dice che una volta ha scarrozzato una coppia di Copenaghen che gli raccontavano che i loro figli vivevano in Belgio e andavano all’Università in bici e che hanno trovato la nostra pasticceria persino superiore delle pasteis gustate a Lisbona. Invece qui – dice con tono rammaricato – nel nostro mercatino rionale della domenica, in piazza Santa Lucia, si trova soprattutto una mescolanza di clienti poveri e di siracusani benestanti, nostalgici del passato. E lo dice con una malinconia che mi investe in tutta la sua verità.

Si, ci ha fatto bene passare un’oretta con questo nostro tassista multietnico, che con la sua sapienza acquisita in strada e col suo contrastante fascino dal carattere sensibile e solitario (alla Travis Bickle, il personaggio interpretato da De Niro in Taxi Driver) ci ha sottolineato – e non è mai abbastanza – che dovremmo tutti dedicarci di più a quella attività che da sempre i nostri nonni siculi ci hanno tramandato e insegnato, quello che sappiamo storicamente, etnologicamente e naturalmente fare meglio, e cioè accogliere e condividere.

AL PASSAGGIO DEL SIMULACRO DI SANTA LUCIA NESSUNO TOGLIEVA IL CAPPELLO

 

Il 13 dicembre, com'è noto, a Siracusa si festeggia la Santa. A maggio, si festeggia Santa Lucia alle Quaglie.

Visto che siamo a febbraio, avrete già dimenticato che l'ultima volta si è fatta una processione lampo, per potere sfuggire al previsto (e poi giunto) temporale.

Ebbene, a quella processione sprint io c'ero e voglio raccontarvi due cose.

Solo, mi corre l'obbligo premettere che la scelta di fare tutto di corsa, di far partire prima il Simulacro e procedere spediti, mi è parsa corretta: non voglio nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se l'acquazzone si fosse abbattuto su tutta la gente in processione: il fuggi, fuggi avrebbe avuto certamente conseguenze disastrose.

Ciò detto, la prima cosa che voglio raccontarvi è un fastidio insopportabile che ho provato nel notare che, al passaggio del Simulacro, nessun uomo (salvo pochissimi vecchietti) si toglieva il cappello. Persone ferme lì, magari da ore, per vedere passare Santa Lucia e farsi il segno della croce, che non sentono l'esigenza di levarsi il cappello quando Lei passa. Mi è sembrato veramente più che cattiva educazione: mi è sembrata mancanza di rispetto, ignoranza, disinteresse.

Chiariamo subito che, a norma di galateo, un uomo non deve stare mai a capo coperto quando entra in un luogo chiuso e quando è in compagnia di una donna; inoltre se ne incontra una fugacemente l'uomo deve sollevare lievemente il cappello per salutarla mentre se, invece, questa si trattiene con lui dovrà rimuoverlo del tutto.

Ora, mi pare chiaro che, quando passa la Santa, l'uomo (perbene) deve togliere il cappello in segno di saluto e di rispetto. Forse, però, queste basilari regole di buona educazione sono diventate anacronistiche: sta di fatto che né giovani né anziani hanno sentito il dovere di mostrare reverenza nei confronti della nostra Lucia.

Poi mi è tornato in mente mio nonno, ed è la seconda cosa che voglio raccontarvi.

Ebbene, il nonno suonava il contrabbasso in si bemolle per la banda musicale del Comune di Siracusa. Erano, sì, altri tempi ed erano certamente altri uomini.

Per una pura coincidenza, al tempo la processione passava per Via Roma e lì, al n. 106, abitavano i nonni. Il giorno della processione, la nonna sfogliava le rose (tante, tante rose) e metteva i petali sopra un vassoio che ricordo bene: era in argento e, per l'occasione, era portato a lucido che sembrava uno specchio.

Ebbene: la processione faceva una sosta proprio in via Roma n. 106. Appena si fermava il simulacro, il nonno posava a terra il suo pesante strumento, volgeva lo sguardo in alto e si toglieva il cappello, per salutare la nonna. Poi riprendeva lo strumento e ricominciava a suonare, con la banda. Lei, dal balcone, sorrideva e ricambiava il saluto e poi, con gesti calmi, lasciava cadere i petali di rosa sopra la statua di Santa Lucia.

Guardarli, guardare questa scena, identica ogni anno, era sempre commovente.

Altri tempi. Altra gente.

Tante cose belle sono andate perdute, e ognuno è responsabile per la parte che gli compete.

Che un uomo non senta il dovere di togliersi il cappello al passare di Santa Lucia (men che meno di una donna qualunque) è il - triste- segno dei tempi.

Peccato.

Maggio è vicino, c'è ancora tempo per migliorare.

 

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